Montante condannato a 14 anni  

Pubblicato da in data 9 Maggio 2019

Montante condannato a 14 anni

Immagine di repertorio (Fotogramma)

Pubblicato il: 10/05/2019 21:05

L’ex presidente degli industriali siciliani Antonello Montante è stato condannato dal gup di Caltanissetta a 14 anni di carcere. La sentenza è stata emessa dopo due ore di Camera di consiglio. Per lui la procura aveva sollecitato la condanna a 10 anni e sei mesi di carcere. Presente alla lettura della sentenza il Procuratore capo Amedeo Bertone, l’aggiunto Gabriele Paci e i pm Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso. Montante non c’era. L’ex Comandante della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone è stato condannato a 3 anni, per lui la Procura aveva chiesto 4 anni e sei mesi di reclusione. Quattro anni a Marco De Angelis, ex funzionario della Questura di Agrigento per il quale la Dda aveva chiesto sei anni e undici mesi. E poi un anno e quattro mesi per il questore di Vibo Valentia Andrea Grassi, assolto per altri due capi, per il quale erano stati chiesti due anni e otto mesi di reclusione. Diego Di Simone, responsabile security di Confindustria ed ex poliziotto è stato condannato a 6 anni e 4 mesi. Per lui chiesti sette anni e un mese di carcere. Infine, assoluzione per Alessandro Ferrara, funzionario Regione siciliana. Accolta così la richiesta della Procura.

L’INCHIESTA – Un “cerchio magico” costruito attorno ad Antonello Montante, con la partecipazione di alti rappresentanti delle forze dell’ordine e un rapporto stretto con alcuni organi di informazione. Così, la Commissione regionale antimafia dell’Assemblea regionale siciliana, presieduta da Claudio Fava, aveva definito il ‘sistema Montante’. Un lavoro intenso, durato dieci mesi, con 49 audizioni. Una relazione, lunga 121 pagine, approvata all’unanimità dai commissari, frutto di centinaia di ore di audizione e decine di migliaia di pagine acquisite sia dall’autorità giudiziaria che dall’amministrazione regionale. Claudio Fava incontrando i giornalisti aveva definito il sistema come un vero e proprio “governo parallelo” che “per anni ha occupato militarmente le istituzioni regionali e ha spostato fuori dalla politica i luoghi decisionali sulla spesa”. “Abbiamo assistito per anni a una privatizzazione della funzione politica che ha trovato un salvacondotto in una presunta lotta alla mafia. Parlo di sistema non a caso – aveva aggiunto Fava – perché si è andati avanti grazie alla benevolenza, alla complicità e alla solidarietà di personaggi appartenenti ai settori più diversi: da quelli istituzionali, a quelli delle professioni. Un sistema con una sua coesione che si è auto protetto”. “Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva proseguito il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. L’obiettivo che si è data la relazione è stato quello di comprendere “i meccanismi che hanno reso possibile una lunga stagione di anarchia istituzionale”. “La forzatura delle procedure, la sistematica violazione delle prassi istituzionali, l’asservimento della funzione pubblica al privilegio privato, l’umiliazione della buona fede di tanti amministratori, l’occupazione fisica dei luoghi di governo, la persecuzione degli avversari politici, fino al vezzo di una certa ‘antimafia’ agitata come una scimitarra per tagliare teste disobbedienti e adoperata come salvacondotto per se stessi attraverso un sillogismo furbo e falso: chi era contro di loro, era per ciò stesso complice di Cosa nostra. Un repertorio di ribalderie spesso esibito come un trofeo: era il segno di un potere che non accettava critiche e non ammetteva limiti”, diceva Claudio Fava. La Commissione antimafia aveva anche raccontato dell’esistenza di accordi per le nomine dei vertici istituzionali regionali: “Abbiamo accertato che alcuni dirigenti regionali sono stati selezionati attraverso dei veri e propri ‘provini’ fatti a casa di Montante che era un privato cittadino. In un caso un dirigente è stato indotto a mettere per iscritto che avrebbe mantenuto fede a certi impegni. Una sorta di scrittura privata usata come garanzia che i ‘desiderata’ di Montante sarebbero stati osservati”. “I dirigenti erano di due tipi – aveva spiegato Fava – quelli fedeli da premiare, sottoposti a forme di quasi vassallaggio, e quelli da cacciare”. “Dopo l’iscrizione di Montante nel registro degli indagati per concorso in associazione mafiosa e la diffusione della notizia sui giornali – aveva detto il presidente dell’Antimafia – le tutele di cui Montante godeva, invece di venir meno si sono addirittura rafforzate”. La Commissione antimafia ha ascoltato “tutti i dirigenti che si sono succeduti. Ci sono state due categorie di comportamenti nei loro confronti: quelli da premiare perché disponibili alla benevolenza e alle direttive e quelli che andavano cacciati via. Con liste di proscrizione elaborate a tavolino in cui si decideva quelli che dovevano uscire dagli assessorati”. Fava aveva anche parlato dei “provini che questi dirigenti fossero chiamati a tenere prima di entrare all’assessorato. Provini da fare a casa di Montante. In un caso arrivando anche alla impudenza di fare mettere per iscritto al dirigente che doveva essere indicato dall’assessore, ciò che Montante voleva che facesse. Una scrittura privata totalmente illegittima in triplice copia: una da dare all’Assessore, una a Montante e una al futuro dirigente”.

IL SISTEMA – Una spy story dai contorni ancora tutti da definire. Che arriva fino al Quirinale con l’ombra delle intercettazioni distrutte tra l’ex Capo dello Stato Giorgio Napolitano e l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino. E l’intervento di alti funzionari delle forze dell’ordine con l’aiutino di qualche amico giornalista. C’è tutto questo nel ‘Sistema Montante’, così come lo hanno ricostruito gli inquirenti, una storia ingarbugliata che vede come protagonista Antonello Montante, fino a poco tempo fa considerato un ‘paladino dell’antimafia’, fatta di spie ed ex amici diventati nemici. Secondo l’accusa, rappresentata dai pm di Caltanissetta Stefano Luciani e Maurizio Bonaccorso, l’ex presidente degli industriali Montante, che oggi è agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico, avrebbe cercato di ottenere notizie riservate sui profili di alcune persone di suo interesse. In media sarebbero stati effettuati nove accessi abusivi ogni tre mesi per un arco di 7 anni per cercare informazioni anche su alcuni collaboratori di giustizia, sull’ex presidente dell’Irsap Alfonso Cicero, parte offesa e parte civile, e il magistrato ed ex assessore regionale Nicolò Marino. Montante è stato arrestato nel maggio del 2018 a Milano. Un arresto un po’ rocambolesco perché i poliziotti rimasero fuori dalla porta per quasi un’ora in attesa che Montante aprisse. Solo dopo qualche ora si è capito il perché. L’ex paladino dell’antimafia, amico di politici, prefetti e giornalisti, dopo l’arrivo delle forze dell’ordine, avrebbe gettato dal balcone sei sacchetti contenenti diverse pen drive dopo averle distrutte. O meglio, dopo avere tentato di distruggerle. Fino ad oggi, ufficialmente, non si è mai saputo il contenuto delle pen drive. Anche se la procura ha fatto fare una perizia. Ma il risultato non è mai stato depositato al processo perché Montante, con altri imputati, ha scelto l’abbreviato, quindi allo stato degli atti. A metà processo i legali di Montante, gli avvocati Giuseppe Panepinto e Carlo Taormina, hanno cercato di fare spostare il processo altrove. Ma dopo alcuni mesi, la Corte di Cassazione ha rigettato la richiesta della difesa. Così il processo ad Antonello Montante, accusato di essere il capo di un’associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo ”spionaggio”, ha continuato ad essere celebrato davanti ai giudici di Caltanissetta. La sesta sezione penale della Cassazione ha infatti respinto la richiesta di rimessione per legittimo sospetto avanzata da difensore dell’ex presidente di Confindustria Sicilia: gli avvocati di Montante si erano rivolto alla Cassazione denunciando che nel procedimento a carico del loro assistito erano state commesse “una serie di anomalie”. In attesa della decisione della Cassazione, il processo era stato sospeso dal gup di Caltanissetta. Gli avvocati avevano ribadito la tesi del “pregiudizio nutrito dai magistrati di Caltanissetta con cui ha condiviso per dieci anni il compimento di proficue attività antimafia e rapporti personali che non permettono serenità di giudizio”. Ma il procuratore generale in Cassazione, Roberto Aniello, nella sua requisitoria si era fermamente opposto alla tesi della difesa: “Nessun condizionamento ambientale nel tribunale di Caltanissetta, che ha sempre dimostrato, con fatti e atti, serenità di giudizio e imparzialità”. Alla fine il processo è rimasto a Caltanissetta. Ad accusare Montante e i funzionari ‘infedeli’ sono stati anche alcuni collaboratori di giustizia, sette in tutto, che sono stati inseriti nella lista testi della Procura nissena nell’ambito del processo che si celebra con il rito ordinario. Proprio lunedì prossimo deporranno nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta, Carmelo Barbieri, Aldo Riggi e Ciro Vara. Successivamente saranno chiamati a deporre Antonino Giuffrè, Salvatore Ferraro, Pietro Riggio e Salvatore Dario Di Francesco. La Procura li ha citati per riferire sulla conoscenza dei rapporti intercorsi tra gli imprenditori Antonello Montante e Massimo Romano con appartenenti a Cosa nostra. Un capitolo a parte merita il ‘giallo’ delle telefonate intercettate tra l’ex Capo dello Stato Napolitano e l’ex Presidente del Senato Nicola Mancino. Colloqui telefonici che sono stati distrutti dopo la decisione della Corte costituzionale nell’ambito del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. C’è il sospetto che una riproduzione delle intercettazioni possa essere finita nelle mani di Montante. Forse custodita nelle pen drive frantumate da lui stesso il giorno del suo arresto nell’appartamento di Milano il 14 maggio 2018. O forse nascosta ancora in un luogo sicuro. Qualcuno potrebbe avere duplicato quelle telefonate per aver qualcosa in cambio? Agli atti dell’inchiesta ci sono oltre cento pagine dedicate alla ”forte preoccupazione” che prova Giuseppe ”Pino” D’Agata, colonnello dell’Arma in forza al servizio segreto civile, quando il ministero della Giustizia chiede ”spiegazioni” sulle telefonate del capo dello Stato. C’è anche una testimonianza, quella di Marco Venturi, ex amico di Montante, che parla ai pm di una cena avvenuta “nella primavera del 2014” a Palermo. In quell’occasione Venturi avrebbe assistito a uno scambio di una pen drive tra D’Agata e Montante. Insomma, un giallo nel giallo. Intanto, oggi c’è il primo punto fermo con la sentenza di primo grado.


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