Arte: ‘I’m the Island’ di Domenico Pellegrino, unico siciliano alla Biennale di Venezia  

Pubblicato da in data 13 Maggio 2019

'I'm The Island' di Domenico Pellegrino alla Biennale di Venezia

‘I’m the Island’

Pubblicato il: 14/05/2019 11:20

Tra le innumerevoli inaugurazioni, press preview, performance e incontri che hanno occupato i tre giorni di anteprime stampa della 58a Biennale di Venezia, non era facile ottenere attenzione. Eppure “I’m the Island”, la barca di luce di Domenico Pellegrino è stata tra le installazioni più fotografate: invitato al padiglione del Bangladesh dai due curatori, Mokhlesur Rahman e Viviana Vannucci, Pellegrino ha affiancato gli artisti bengalesi, sposando il tema scelto dal Paese, ovvero Thirst, la sete. “Complimenti a Domenico Pellegrino, unico siciliano presente alla Biennale – interviene il presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, Gianfranco Miccichè, che ha creduto fin da subito alla capacità evocativa di I’m The Island – che ha creato una barca che sa di viaggio, percorso, ricerca di conoscenza, voglia di vita. L’ho trovata una testimonianza straordinaria e, per questo, l’Ars ha sostenuto un’opera che, richiamando alla memoria il principio della filosofia presocratica, ci ricorda come l’acqua può essere considerata l’essenza di tutte le cose, dove tutto ha inizio e fine. Ammirando la barca luminosa di Pellegrino, non si può non pensare alle imbarcazioni su cui viaggiano centinaia di disperati, per i quali l’acqua rappresenta l’unico elemento per sfuggire da guerra e carestie e approdare ad un mondo migliore”.

L’acqua è un tema a cui l’artista siciliano – l’unico presente nelle sezioni principali della Biennale – si dedica da tempo. Pellegrino ha ideato – in una delle sale del settecentesco Palazzo Zenobio, sede del Collegio Armeno Moorat-Raphael dei padri Mechitaristi – I’m The Island, installazione_barca che affiora su un’acqua virtuale, un tappeto luminoso che sembra rimandare ad altro, ad un racconto sinuoso che supera tempo e spazio. E unisce idealmente due territori lontanissimi: il Bangladesh da cui è tratta la forma, e la Sicilia che veglia sul contenuto. Pellegrino ha infatti lavorato sul modello delle imbarcazioni tipiche bengalesi, barche in legno scuro che scivolano sul fango di un Paese che si vede inghiottire dall’acqua; e l’ha riprodotta affidandosi ai mastri d’ascia catanesi, i Rodolico, citati già ne “I Malavoglia” di Verga. E sempre a Palazzo Zenobio è esposta anche un’altra opera di Domenico Pellegrino: la sua “Cosmogonia Mediterranea”, l’isola di luminarie che è rimasta sul fondo del mare dinanzi a Lampedusa, ma che prima ha viaggiato per il Mediterraneo, toccando musei e luoghi d’arte, portando con sé un messaggio di tolleranza e respiro.

E sempre alla Biennale giunge anche un’altra opera di Domenico Pellegrino: sarà allestita nei saloni di Palazzo Zenobio la sua “Cosmogonia Mediterranea”, l’isola di luminarie che è rimasta sul fondo del mare dinanzi a Lampedusa, ma che prima ha viaggiato per il Mediterraneo, toccando musei e luoghi d’arte, portando con sé un messaggio di tolleranza e respiro. Pellegrino ha voluto capovolgere la sua visione e ha osservato la terra sottosopra, dal profondo del mare, dallo stesso luogo in cui si consumano (e spesso, si concludono) tragedie immani. Tante piccole stelle luminose scivolate nell’acqua e lì sono rimaste, a formare una costellazione che ha i contorni colorati dell’isola. “Cosmogonia Mediterranea” è dedicata a Sebastiano Tusa l’archeologo, scomparso poche settimane fa nel disastro aereo in Etiopia, che sostenne sin dall’inizio il progetto dell’artista.

L’ opera è stata pensata per Lampedusa perché lì l’artista ha fatto un viaggio al contrario, percorrendo la rotta dei viaggiatori, ma anche degli immigrati. “Ho pensato ad una luce da raggiungere, che non ha una forma precisa. È una via di salvezza, che sbuca invadente nel buio totale della navigazione. Ho immaginato che chi non è riuscito a raggiungere questa luce, se la sia comunque portata dietro come ultima immagine prima di chiudere gli occhi“, spiega Pellegrino.

Il viaggio è iniziato a Lampedusa nel luglio 2016: nei fondali di Cala Francese è stata adagiata l’opera che, prima di raggiungere l’isola, aveva toccato, grazie alla Soprintendenza del Mare (guidata da Sebastiano Tusa prima che diventasse assessore regionale ai Beni Culturali), la Fondazione Orestiadi Gibellina, LOC spazio contemporaneo a Capo d’Orlando, Palazzo Branciforte – Fondazione Sicilia, l’aeroporto e il museo d’arte contemporanea Riso a Palermo, il Comune di Leonforte. L’installazione originale proposta alla Biennale di Venezia, racconta il viaggio dell’opera: la scultura è stata ripescata dall’acqua e, dopo un’inevitabile manutenzione che ha cercato di salvaguardarne la memoria “sommersa”, è stata portata a Venezia. Al visitatore viene proposto un viaggio immersivo e sensoriale, attraverso un video racconto che ne raccoglie testimonianze e immagini. Verrà anche pubblicato da Edizioni Qanat un volume d’arte dedicato all’intero progetto, che segue il percorso di Cosmogonia Mediterranea nel suo lungo viaggio di pace. Testi di Andrea Cuusmano, Enzo Fiammetta, Aurelio Pes, Alba Romano Pace.


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