Primi 60 pazienti per Interceptor, caccia a spie demenza  

Pubblicato da in data 18 Giugno 2019

Primi 60 pazienti per Interceptor, caccia a spie demenza

SALA OPERATORIA , INTERVENTO CHIRURGICO AL CERVELLO (Eugenio Grosso / Fotogramma, MILANO – 2011-12-20) p.s. la foto e’ utilizzabile nel rispetto del contesto in cui e’ stata scattata, e senza intento diffamatorio del decoro delle persone rappresentate

Pubblicato il: 19/06/2019 15:08

E’ decollato lo studio Interceptor, che punta a riconoscere precocemente – e trattare il prima possibile – i pazienti con lieve compromissione delle funzioni cognitive destinati a sviluppare una demenza. Una buona notizie per le associazioni che un anno fa avevano espresso i loro timori di veder naufragare il progetto. “Sono circa 735.000 le persone in Italia con un lieve disturbo cognitivo: il 50% entro 5 anni svilupperà una demenza, ma noi ancora non sappiamo riconoscerli. Per riuscirci è nato Interceptor e abbiamo reclutato i primi 60 pazienti“, annuncia all’AdnKronos Salute Paolo Maria Rossini, ordinario di Neurologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttore Area Neuroscienze della Fondazione Policlinico Gemelli Roma e coordinatore del progetto Interceptor di ministero della Salute-Aifa.

“L’obiettivo – spiega – è arrivare ad arruolare 500 persone in tutta Italia. E posso dire che i lavori procedono in modo spedito”. Allo studio “parteciperanno 20 centri in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia: dobbiamo reclutare pazienti con lievi deficit cognitivi, tra i 50 e gli 85 anni, ancora perfettamente in grado di lavorare e vivere in modo autonomo – precisa il neurologo – Queste persone, sottoposte a una batteria completa di test delle funzioni cognitive, avranno avuto risultati normali in tutti i test tranne in uno, oppure lievi anomalie in alcuni domini”.

“Si tratta di persone che nel 50% dei casi svilupperanno una demenza nei prossimi 5 anni, nel 50% dei casi mai. La sfida – sottolinea Rossini – è identificare quei pazienti che, senza saperlo, hanno una forma prodromica, per iniziare il trattamento con le terapie disponibili e intervenire parallelamente su stile di vita e fattori che, se lasciati liberi, aprono la strada alla malattia”.

Nello studio saranno valutati 6 marcatori (selezionati sulla base dell’evidenza scientifica oggi disponibile), per stabilire quali siano più sensibili e specifici per predire la conversione del lieve declino cognitivo in demenza di Alzheimer. “Terremo conto anche della sostenibilità dei costi”, dice Rossini. L’osservazione e il monitoraggio dei pazienti “ci permetterà di capire quali marcatori sono più efficaci”.

Alcuni campioni biologici (Dna, siero, plasma e liquor) saranno conservati in un biorepository (a -80°C), pronti per eventuali altri test se nel prossimo futuro dovessero emergere nuovi marcatori promettenti. I pazienti saranno monitorati per 3 anni, al termine dei quali sarà possibile capire o quale combinazione di biomarcatori è stato in grado di prevedere con maggior precisione l’evoluzione della malattia.

Una patologia che oggi pende come una spada di Damocle sul capo di centinaia di migliaia di italiani. “Attualmente abbiamo alcuni farmaci, come gli inibitori della colinesterasi e gli anti-glutammato, che sembrano un po’ più efficaci e un po’ più a lungo se iniziati precocemente dai pazienti – sottolinea lo specialista – Ma quando avremo medicinali in grado di prevenire demenza e Alzheimer, perché a questo punta la ricerca internazionale, avremo anche uno strumento in grado di permetterci di fare uno screening della popolazione dei soggetti a rischio, per ottimizzare la somministrazione della terapia”. Non si tratterà di un semplice esame, conclude Rossini, “ma di un protocollo, forte probabilmente di alcuni esami strumentali mirati, per individuare e trattare precocemente i pazienti”.


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