Cybersecurity, i rischi del futuro  

Pubblicato da in data 24 Giugno 2019

Cybersecurity, i rischi del futuro

(foto Adnkronos)

Pubblicato il: 25/06/2019 19:33

dall’inviato Mattia Repetto

Entro il 2025 saranno connessi tra loro e su internet “circa 75 miliardi di dispositivi, per un mercato di 11 trilioni di dollari. Molti di questi dispositivi sono IoT, per cui andrà garantita la loro sicurezza come mai è stato fatto fino a oggi”. E’ l’avvertimento lanciato da Stephen Schmidt, Chief Information Security Officer di Amazon Web Services, in apertura dei lavori della prima edizione di ‘Re:Inforce’, la conferenza internazionale che Amazon Web Services ha organizzato a Boston e che raccoglie in una due giorni molto intensa, tra convegni e presentazioni, migliaia di addetti ai lavori delle più grandi aziende del settore della cybersecurity e del cloud.

“Siamo tutti sono coinvolti – ha detto Schmidt – nel garantire la sicurezza dei dispositivi e dei dati. Dobbiamo mettere in conto che non è più una questione che riguarda solo gli addetti al settore. Interessa anche gli sviluppatori e tutti dobbiamo lavorare per garantirla“, ha detto ancora dal palco del Boston Convention Center.

Secondo la visione di Aws, la parola chiave per garantire un futuro sicuro nel cloud, e quindi per i dati in esso contenuti, deve essere ‘automazione’, attraverso un minore accesso da parte degli esseri umani nei processi di controllo, così da trasformare tutto quello che è carta, appunti e operazioni manuali in automazione.

Un’automazione che non si riflette solamente nel virtuale, ma può essere traslata nella realtà, come ad esempio nel contrasto al riciclaggio di denaro: “Oggi c’è molta frammentazione – ha detto dal palco Schmidt – ma l’applicazione di soluzioni cloud può portare a un sistema unico che monitora le attività e traccia le anomalie. In questo modo possono essere eliminati numerosi passaggi e in futuro le minacce e i comportamenti illegali potranno essere scoperti in automatico da un sistema che si attiva da solo e interviene”.

Oppure c’è l’esempio di Celgene, azienda statunitense che studia gli impatti sulle persone derivati dall’assunzione di droghe. “Oggi, grazie all’automazione e la potenza offerte dal cloud, bastano 4 ore – spiega Schmidt – per sviluppare un modello che prima richiedeva almeno 2 mesi di lavoro”.


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