Strage Bologna: il fondatore di Terza Posizione, ‘la pista palestinese? Un depistaggio’  

Pubblicato da in data 30 Giugno 2019

Strage Bologna, il fondatore di Terza Posizione: La pista palestinese? Un depistaggio

(fotogramma)

Pubblicato il: 01/07/2019 22:27

“Le perizie stanno dimostrando che quanto ricostruito in fase processuale sulla strage di Bologna è assurdo. Lo sapevamo e i dati lo provavano ben prima delle perizie (di 39 anni dopo….). Non per niente stiamo procedendo al processo internazionale al processo di Bologna”. E’ la tesi di Gabriele Adinolfi, fondatore negli anni ’70, con Roberto Fiore e Giuseppe Dimitri, di Terza Posizione, movimento neofascista messo sotto inchiesta proprio all’indomani della strage di Bologna, che, a pochi giorni dalle novità emerse dalla nuova perizia esplosivistica che riportano in auge la pista palestinese, torna a parlare di “depistaggi” e stigmatizza “la gazzarra delle mezze verità di comodo riparte violenta con le nuove perizie”.

In un lungo intervento sul sito noreporter intitolato “Fascista o palestinese? Ma va là!” Adinolfi spiega di non credere alla pista palestinese. “Il secondo livello dei depistaggi – scrive tra l’altro – è quello di trasformare la pista rossa in pista palestinese. Un depistaggio partito tre settimane prima della strage esattamente come quello contro di noi. Depistaggi confezionati prima del massacro, quindi, e da chi non poteva avere la coscienza pulita. O l’uno o l’altro andavano bene, ma non bene parimenti. Perché? Perché “fascista” e “palestinese” sono definizioni in codice ad opera degli addetti ai lavori che si parlano sempre in codice”.

“Con la pista ‘palestinese’ si indicano come colpevoli i trasportatori dell’esplosivo, negando che siano stati fatti saltare a propria insaputa. Si esprime, quindi, una tesi contro il Patto di Varsavia e si lascia credere che la sovversione veniva da fuori e non da dentro”. Insomma, secondo l’ex leader neofascista, artefici del depistaggio sarebbero “pidduisti e rappresentanti dei servizi francesi, americani e israeliani”. Il che, conclude, “richiama palesemente Ustica. Ma non di certo come ce la raccontano”.


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