Anoressia ‘scritta’ anche nel Dna  

Pubblicato da in data 14 Luglio 2019

Anoressia 'scritta' anche nel Dna

Immagine di repertorio (Afp)

Pubblicato il: 15/07/2019 19:37

C’è anche l’apporto dell’Università di Firenze nella ricerca internazionale, pubblicata su Nature Genetics, che ha identificato otto marcatori genetici significativi per l’anoressia nervosa. Più di 200 scienziati di 27 centri di ricerca in Nord America, Europa e Australia, hanno eseguito l’analisi genomica del Dna di quasi 17.000 pazienti con anoressia nervosa, messi a confronto con più di 55mila soggetti sani (campioni di controllo): si tratta del più ampio studio sull’anoressia nervosa noto fino ad oggi.

I ricercatori dell’Ateneo fiorentino che hanno partecipato allo studio collaborativo del Consorzio di genomica psichiatrica – questo il nome del network mondiale – sono Benedetta Nacmias e Sandro Sorbi (del Dipartimento Neurofarba) insieme a Valdo Ricca (Dipartimento di Scienze della Salute). Per l’Italia, oltre a Firenze, hanno contribuito ricercatori degli atenei di Padova, Perugia, Pisa, Campania e Salerno. A capo del team internazionale Cynthia Bulik (University of North Carolina-Usa e Karolinska Institutet-Stockholm).

“Lo studio, di eccezionale valore per la dimensione del campione analizzato, – spiegano Sandro Sorbi, direttore della Scuola di specializzazione in Neurologia dell’Università di Firenze, e Benedetta Nacmias, docente di Neurologia dell’Ateneo fiorentino – evidenzia che l’anoressia, malattia complessa e grave, ha radici sia psichiatriche che metaboliche. La scoperta di questi nuovi marcatori genetici ci aiuta a capire meglio la biologia di questa patologia”.

“L’indagine – dettaglia Valdo Ricca, direttore della Scuola di specializzazione Unifi in Psichiatria – ha permesso di scoprire che l’anoressia nervosa ha correlazioni genetiche con alcuni disturbi psichiatrici – come il disturbo ossessivo-compulsivo e il disturbo depressivo maggiore – così come condivide con tali patologie i tratti metabolici e un’alterazione dell’attività fisica”.

“I risultati dell’indagine approfondiscono ed estendono una precedente ricerca del 2017, pubblicata sull’American Journal of Psychiatry e suggeriscono che l’attenzione ad entrambi gli aspetti, metabolici e psichiatrici, della malattia può guidare trattamenti più efficaci nel futuro” commentano i ricercatori dell’Università di Firenze.


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