Avati torna all’horror con ‘Il Signor Diavolo’  

Pubblicato da in data 21 Luglio 2019

Avati torna all'horror con 'Il Signor Diavolo'

Pupi Avati

Pubblicato il: 22/07/2019 19:02

”Una storia che meritava di essere raccontata, mi appartiene profondamente: chierichetto professionale nella chiesa di San Giuseppe in Emilia, conobbi un cattolicesimo molto superstizioso, ed ecco questa favola contadina, con l’atavica paura del buio”. Parola di Pupi Avati, che dopo una parentesi televisiva torna al cinema con ‘Il Signor Diavolo‘, prodotto dalla Duea Film con Rai Cinema con la collaborazione di Ruggente Fil e dal 22 agosto nelle nostre sale (a oggi circa 200 schermi) con 01 Distribution. A cinquantuno anni dall’esordio ‘Balsamus‘, Avati torna all’horror, ovvero al genere: ”I nostri autori ombelicali rifiutano il genere, ma il nostro cinema è stato fortissimo finché non l’ha disatteso, e penso alla sfrontatezza di Sergio Leone che da Trastevere si è inventato il western -racconta- Questo copione è stato rifiutato da sei distribuzioni, che non considerano più il genere: solo commedie, per di più con la panchina corta, una squadra ristretta. Frequentare generi non è disdicevole, questo film è una forma di provocazione”. Nel cast vecchie conoscenze del cinema di Avati, quali Lino Capolicchio, Massimo Bonetti, Alessandro Haber, Gianni Cavina e Andrea Roncato.

‘Il Signor Diavolo’ è ambientato nell’autunno del 1952 nel Nord Est, dove è in corso l’istruttoria di un processo sull’omicidio di un adolescente, a furor di popolo, indemoniato: per non compromettere le imminenti elezioni, un ispettore del ministero a guida democristiana, Furio Momentè (Gabriele Lo Giudice), parte per Venezia leggendo i verbali degli interrogatori del quattordicenne Carlo Mongiorgi (Filippo Franchini), reo confesso dell’assassinio del mostruoso Emilio (Lorenzo Salvatori) figlio della potente e fatale Vestry Musi (Chiara Caselli). L’horror gotico? ”Non è solo di paura, l’horror gotico, ma suppone e prevede una sacralità: nel mio immaginario c’era una dilatazione del sacro, quella figura che è il sacerdote preconciliare, che dal pulpito poggiava gli occhi su di me. Credo che la mia piccola creatività sia nata da questa paura”, confessa Avati, il quale ribadisce ”il patto con lo spettatore: questo genere deve spaventare’. Avanti rivendica comunque il suo ruolo autoriale, seppure praticato nel cinema di genere. Con la complicità dei luoghi (una parte di Emilia che non si è modernizzata, le Valli di Comacchio, dove si esce dal tempo) e del cast artistico e tecnico: ”Ho voluto richiamare Capolicchio, Cavina, Haber, Bonetti, nonché ritrovare Sergio Stivaletti agli effetti e Amedeo Tommasi alle musiche”. Per il regista ‘Il Signor Diavolo’ è un film di identità”.

Al centro, ovviamente, c’è il male: ”Il diavolo è sinonimo di male, abbiamo fatto conquiste in tutti i campi ma lì ci siamo distratti. Il male sopravvive in modo efficace ed efficiente, io stesso se mi guardo allo specchio -prosegue Avati- sono portatore di male. Per esempio, mi sono trovato a godere di chi è scivolato. Poi, c’è il male per il male, fatto gratuitamente: di recente, l’ho subito, il disturbo mentale nelle mani di chi può nuocerti è diabolico. Il diavolo è ovunque in chiunque, una considerazione molto attuale quella del film”. Nel discorso sul diavolo si inserisce Massimo Bonetti che approfitta per lanciare una frecciatina a viale Mazzini: ”Io lo so dov’è, è in Rai”.

Entusiasta Roncato, che ha ”scoperto di poter fare l’attore con Pupi, dopo 45 film da comico” e che si dice ‘‘convinto che il diavolo si nascondesse nel lato B di Belen, mi son dovuto ricredere”. Mentre il ”Il Signor Diavolo’ arriverà nelle sale il 22 agosto, Avati è già proiettato sul suo progetto dantesco: ”ha finalmente trovato accoglienza a Rai Cinema, con l’attivazione per la sceneggiatura: 2021, spero bene. Han raccontato la vita di tutti, anche di Totti, di Dante non ancora: credo lo meriti”, conclude il registi.


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