22 mesi di prigionia in ‘I miei 7 lager’ di Eduino Bettinelli  

Pubblicato da in data 16 Agosto 2019

22 mesi di prigionia in 'I miei 7 lager' di Eduino Bettinelli

Pubblicato il: 17/08/2019 13:29

Aracne Editrice ripropone ‘I miei 7 lager’ dello scomparso Eduino Bettinelli, che conobbe una prima pubblicazione già negli anni ’60. Un ‘Diario di ventidue mesi di prigionia’ di un militare italiano, un sottonente, catturato dai tedeschi, subito dopo l’8 settembre, a pochi giorni dalla sua prima nomina. Questa edizione del testo, con la prefazione di Mario Bagnara, è curata da Matteo Bettinelli, figlio dell’autore. “Il libro è nato dagli appunti che presi, fin dai primi giorni di prigionia, nei lager dove mi trovai a dover soggiornare obbligatoriamente dopo l’8 settembre 1943 fino alla Liberazione. Appunti presi con notevoli difficoltà sia fisiche che psicologiche. Non sempre riuscivo a trovare ritagli di carta bianca o pezzi di matita. Altre volte per fame o per freddo avevo grandi difficoltà a scrivere. Questi scritti inoltre sopravvissero a innumerevoli perquisizioni, al maltempo e a un grosso incendio della mia baracca”, raccontava lo stesso Eduino Bettinelli. “Mi hanno sempre sorretto una forte volontà e una tenacia di ferro grazie alle quali ho potuto riportare a casa anche il ricordo di quei difficili momenti, delle varie situazioni in cui mi sono venuto a trovare come prigioniero di guerra”, proseguiva l’autore.

“La pubblicazione -spiegava Bettinelli – riporta le osservazioni, le riflessioni, le considerazioni e le speranze che provai. Non ho desiderato modificare lo stile di scrittura e neppure aggiungere altri episodi, presi per esempio dalla letteratura in materia, perché ho ritenuto che ‘I miei 7 lager’ fosse il risultato di un modo reale focalizzato nel tempo ad allora, in quel periodo della mia gioventù tanto sofferta, ma allo stesso tempo ricca di valori”. Eduino Bettinelli nasce a Lucca il 5 giugno 1921. Quattro anni dopo si trasferisce con la famiglia a Cesate (Milano). Frequenta la scuola elementare a Bergamo e, poi, la scuola comunale a Longara. Al termine del quinquennio elementare si iscrive alla Scuola di avviamento al lavoro. Successivamente frequenta l’Istituto Tecnico A. Rossi dove si diploma nel 1942. Contemporaneamente partecipa al servizio militare e dopo sei mesi matura il grado di Caporale. Dal 13 Agosto al 15 Dicembre 1942 frequenta il corso di addestramento Auc presso il IV Reggimento Artiglieria di Trento, ottenendo il grado di Sergente. Dal 23 gennaio al 7 luglio ’43 frequenta la Scuola Allievi Ufficiali Artglieria di Potenza uscendo col grado di Sottotenente di complemento. Inizia il servizio di prima nomina il 5 settembre ’43 ad Alessandria al deposito dell’Undicesimo Reggimento Artiglieria. Il 9 settembre 1943 viene catturato dai Tedeschi e deportato in Germania.

“Quando mio padre tornò a casa – racconta Matteo Bettinelli – pesava meno di 40 chili. Aveva subito situazioni umilianti, degradanti, con grandi privazioni fisiche”. Gli spostamenti continui da un campo di prigionia all’altro erano motivati anche dall’avanzare delle truppe alleate e in ventidue mesi portarono il protagonista attraverso Polonia, Austria e Germania. “Dopo un anno di prigionia, dopo tantissimi tentennamenti, anche mio padre decise di firmare il famoso ‘trattato’ – racconta ancora il figlio – quello che concedeva il lavoro, pur come deportati. Spesso, fin dai primi campi, organizzavano adunate per selezionare chi voleva aderire alla nuova milizia, cioè il nuovo governo italiano fascista, mio padre invece fu di quelli che fin quasi all’ultimo, fino allo stremo, aveva voluto mantenere l’onore di soldato che aveva giurato fedeltà al Re. poi, alla fine, quando la capitolazione era ormai nell’aria, dopo mille tentennamenti si disse che lavorare in fondo non è un’infamia, un disonore”. “Un aspetto del libro di mio padre introvabile in tante altre testimonianze su quel momento storico è che lui si limita alla descrizione dei fatti, rimandando il giudizio a chi legge, senza odio”, sottolinea Matteo Bettinelli che racconta anche di un particolare incontro del padre: “In uno degli spostamenti incontrò lo scrittore Giovannino Guareschi e racconta che con lui ripassava la prima declinazione latina, per cercare di distogliere la mente dalla fame, dal timore del futuro”.


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