Marco e il pacemaker invisibile, è il più giovane operato d’Italia  

Pubblicato da in data 28 Agosto 2019

Marco e il pacemaker invisibile, è il più giovane operato d'Italia

L’équipe che ha operato Marco (foto Asst Papa Giovanni XXIII, Bergamo)

Pubblicato il: 29/08/2019 13:37

Bastava un po’ di agitazione, un’emozione più forte del solito, e il cuore di Marco (nome di fantasia) smetteva di battere. Un dolore improvviso al petto e poi il buio. Svenimenti imprevisti e imprevedibili, che duravano secondi interminabili sotto gli occhi sgomenti dei genitori. I medici la chiamano asistolia e Marco ne soffre da quando aveva 7 anni. Adesso ne ha 14 e potrà fare una vita normale grazie al pacemaker più piccolo in commercio, invisibile e senza fili. Glielo hanno impiantato i medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, che oggi raccontano la storia a lieto fine del teenager diventato “il più giovane paziente italiano” portatore di una cardiocapsula simile a una moneta da 1 euro: 2 centimetri, 2 grammi. Il suo, spiegano i camici bianchi, è “il secondo caso al mondo”.

L’asistolia è un tipo di bradiaritmia, un’alterazione del ritmo cardiaco per cui, per un periodo più o meno lungo, manca l’impulso che dovrebbe generarsi automaticamente dentro il cuore per farlo battere. Quando succede si perde coscienza, si cade a terra. E il pericolo non è solo di riportare traumi, ma anche che l’organo-motore riparta nel modo sbagliato, con un’aritmia ventricolare maligna e mortale. Per scongiurare questo rischio bisognava innanzitutto capire cosa avveniva nel cuore di Marco, e per farlo l’équipe di Elettrofisiologia ed elettrostimolazione cardiaca del ‘Papa Giovanni’ – che lo seguiva dal 2013 – ha posizionato sottocute vicino all’organo del bambino un loop recorder, un minuscolo registratore automatico grande un terzo di una pila ministilo, capace di fotografare le ‘altalene’ del cuore in tempo reale, giorno e notte.

Però non basta. Nel 2016 il cuore di Marco si ferma ancora. Poco prima il bimbo si era agitato per un piccolo incidente e la nuova sincope dura 9 secondi. Servirebbe un pacemaker, un dispositivo endocavitario convenzionale con catetere, ma Marco non ci sta. Lui vuole giocare a pallone, sentirsi uguale ai suoi amici. Genitori e medici decidono di aspettare e 2 anni dopo, in piena notte, senza che nessuno se ne accorga, il battito tace per 18 lunghissimi secondi. Poi ritorna, ma il ragazzo avrebbe potuto morire e il segnale è chiaro: rimandare ancora non è possibile.

Paolo De Filippo, responsabile dell’Unità di Elettrofisiologia ed elettrostimolazione cardiaca (parte del Dipartimento cardiovascolare e dell’Unità di Cardiologia 1 diretti da Michele Senni), e la collega Paola Ferrari, aritmologa specializzata in patologie pediatriche, propongono di intervenire, incontrando di nuovo le resistenze del paziente. Niente fili, impedimenti o cicatrici. Marco vuole vivere e vuole farlo come gli altri. E’ così che viene scelto un sistema di stimolazione cardiaca miniaturizzato, il più piccolo pacemaker al mondo, con una batteria che garantisce per una decina d’anni l’emissione di impulsi elettrici in grado di regolarizzare il battito cardiaco.

“Grazie al dispositivo, che non necessita di alcun filo o elettro-catetere di connessione, è stato possibile superare una serie di problemi legati al classico pacemaker monocamerale – afferma De Filippo – Inserito chirurgicamente sotto la pelle del torace, il tradizionale pacemaker impedisce alcuni gesti del braccio. E’ più complicato praticare attività sportive come il nuoto, la pallavolo, il tennis, e più in generale attività in cui si rischia di cadere o sport di contatto come le arti marziali o il calcio. Al contrario, questa tecnologia è del tutto invisibile e non invasiva. Non richiede incisioni né ‘tasche’ sotto la cute del torace, eliminando il rischio di infezioni e potenziali complicanze, tipiche di un intervento tradizionale”.

A soli 14 anni Marco dice sì all’intervento, già effettuato a Bergamo su pazienti adulti o anziani con anomalie elettriche cardiache e anche in pazienti pediatrici. Ma “Marco è il più giovane a cui sia stato impiantato questo dispositivo in Italia – precisano dall’Asst Papa Giovanni XXIII – e al mondo risulta solo un altro caso prima di lui”.

“Per arrivare al cuore non apriamo il torace, la sonda passa attraverso la vena femorale – puntualizza Ferrari – In questo caso però l’incognita maggiore riguardava il diametro della vena. Trattandosi di un ragazzino, lo strumento che ci permette di raggiungere il cuore poteva avere dimensioni maggiori del vaso sanguigno di Marco, perciò abbiamo dovuto agire con estrema delicatezza. Siamo risaliti dall’inguine con il dispositivo che libera il pacemaker, lo abbiamo posizionato all’interno del cuore, nel ventricolo destro, e lo abbiamo rilasciato nel sito d’ancoraggio, dove rimane grazie a piccoli ganci”.

“La scelta del dispositivo non è stata compiuta a cuor leggero – ammette la specialista – E’ una conquista tecnologica che ha ancora un grosso limite. Quando la pila di un pacemaker classico si esaurisce, noi riapriamo la ferita e lo sostituiamo. In questo caso, almeno per il momento, l’unica soluzione è lasciarlo nel cuore e metterne un altro simile, oppure posizionare un pacemaker tradizionale”.

“Un limite su cui si sta già lavorando – dice De Filippo – e ci auguriamo che, per quando la pila sarà esaurita, la tecnologia ci avrà fornito una soluzione. Allora potremo dire di aver dato a Marco tutta una vita senza limitazioni e senza più rischi”, confida l’esperto. “In tutti i campi della medicina – conclude Ferrari – le nuove tecnologie stanno aiutando i medici e i pazienti, in particolare nell’aritmologia. Se poi parliamo di cuori piccoli come il pugno di un bimbo, tutto ciò che è ‘mini’ può essere un ‘grandissimo’ passo avanti”. Come il primo che l’uomo fece sulla Luna.


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