Mostra Venezia: Khodorkovsky, ‘Russia di oggi autoritaria e sotto scacco della mafia’  

Pubblicato da in data 30 Agosto 2019

Khodorkovsky: Russia di oggi autoritaria e sotto scacco della mafia

Pubblicato il: 31/08/2019 17:36

(Adnkronos7Cinematografo.it) – “Libertà? Personalmente credo sia data dall’avere contatti con chi voglio e dal non averli con chi non voglio”. Mikhail Khodorkovsky, dissidente russo ormai da anni in esilio a Londra, è al Lido per ‘Citizen K’, documentario diretto da Alex Gibney incentrato sulla lotta tra quest’ultimo e il presidente Putin, oggi Fuori Concorso a Venezia 76.

“Quella di Mikhail è una figura emblematica: quando ho capito che era disposto a lasciarsi intervistare ho capito che avevo l’opportunità straordinaria di poter esaminare più da vicino il potere in Russia, perché lui era stato sia all’apice del potere che schiacciato dal potere stesso”, racconta il regista premio Oscar Alex Gibney, spinto anche dal fatto che, “essendo cittadino americano, dopo le elezioni del 2016 (che hanno visto la vittoria di Trump anche grazie all’intromissione del Cremlino, ndr) credo che noi siamo un po’ incuriositi da quello che succede in Russia”.

Considerato nel 2003 l’uomo più ricco di Russia, Khodorkovsky (che all’indomani del crollo sovietico era tra i cosiddetti oligarchi) viene arrestato per frode ed evasione fiscale, ha scontato 10 anni di detenzione in una prigione siberiana, al confine con il deserto mongolo. Scarcerato grazie ad un’amnistia nel 2013, lascia la Russia alla volta della Germania. Ora vive a Londra, da dove continua a combattere il potere ormai ventennale di Putin.

“La Russia di oggi? Non è soltanto uno stato autoritario, ma è sotto lo scacco della mafia: dallo scandalo della raccolta rifiuti alla corruzione dei politici, oltre alle persone che per una ragione o per l’altra sono indesiderate o malviste da qualche membro del governo. Per questo siamo molto prudenti nei confronti della politica del nostro paese”, dice Khodorkovsky, che sulla collaborazione con Gibney svela: “All’inizio ero nel panico totale perché non amo parlare molto. Poi ho capito che Alex era interessato a non voler dare un’immagine della Russia stereotipata o frutto di luoghi comuni e così ho deciso di fare questo lavoro con lui. La Russia è riconoscibile, anche se capisco perfettamente che ci sono state alcune semplificazioni necessarie per far sì che lo spettatore occidentale capisse bene quello che avveniva in quelle due ore”.

Com’è stato possibile che dopo il decennio “liberale” della nuova Russia guidata da Boris Eltsin si sia instaurata (dal ’99 ad oggi) la democrazia dittatoriale di Vladimir Putin? Quale ruolo hanno avuto in tutto questo i cosiddetti oligarchi russi? E per quale motivo, uno dopo l’altro, questi ultimi sono diventati il bersaglio numero uno dello stesso Putin?

“Era difficile – spiega Gibney – condensare un periodo così straordinario in un film così breve, avevamo un primo montaggio di sei ore e ridurlo a due non è stato facile. Ma la lente di Khodorkovsky ci ha permesso di zoomare su vari momenti. Punti di luce che abbiamo messo insieme e che alla fine creano un mosaico, restituendo un ritratto piuttosto completo della Russia, dalla fine del comunismo al senso di pericolo che oggigiorno trasmette a livello mondiale”.

Sulle riprese effettuate in Russia, il regista racconta: “Non abbiamo annunciato il nostro arrivo ma allo stesso tempo una volta lì nessuno ci ha impedito di svolgere il nostro lavoro, senza alcuna cooperazione ovviamente. Sono andato a chiedere se potevo intervistare Putin ma non mi è stato permesso”.

Ancora una volta interessato ad addentrarsi nelle contraddizioni e negli abusi del potere, Alex Gibney auspica che i “cittadini facciano quello che possono per affermare i propri diritti”.

Mentre Khodorkovsky spera che “l’opinione pubblica mondiale riesca a fare delle pressioni mirate affinché le autorità russe possano sentirsi più accerchiate: oggi i prigionieri politici in Russia sono aumentati esponenzialmente. La gente finisce in carcere solo perché ha idee diverse da quelle del governo. Come uno studente di 21 anni, finito in carcere solo perché è sceso in piazza a protestare. Bisogna fermare questa pericolosa tendenza atta a reprimere l’individuo”.

All’epoca non c’erano molti prigionieri politici in Russia, oggi aumentati esponenzialmente. Gente in carcere solo per il loro pensiero politico, c’è uno studente di 21 anni che oggi si trova in prigione perché ha protestato in piazza. La cosa importante è quella di fermare questa tendenza che reprime l’individuo.


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