Africa in scena tra ‘fusion’ e segni identitari  

Pubblicato da in data 1 Settembre 2019

Musica: in scena l'Africa tra 'fusion' e segni identitari

Pubblicato il: 02/09/2019 11:03

Aneliti libertari, contaminazioni e ibridazioni con la musica occidentale, segno distintivo e di appartenenza profonda ad una cultura, ad una civiltà da parte di artisti, spesso in fuga dall’oppressione e dalla repressione dei loro Paesi d’origine. Cresce in Italia e nel mondo la musica africana. Festival, manifestazioni, rassegne accanto a corsi, laboratori, perfette ‘sintesi’ di integrazione socio-artistica in antitesi con le derive nazional-populiste.

E se l’estate dei festival ha accolto diverse formazioni provenienti dal continente nero (Pula, Torre di Cala d’Ostia in Sardegna, Erice Estate 2019, il Circular Musica Afro Festival nel Salento, nel comune di Tricase, i ‘bagni’ delle spiagge soul nel ravennate), ma soprattutto musicisti, molti dei quali residenti da anni nel nostro Paese, originari del Senegal, Mali, Burkina Faso, Nigeria, Ghana, Etiopia, è il Romaeuropa Festival a dedicare uno spazio importante della storica manifestazione con una sezione dedicata alla ‘Diasporas’.

Giungeranno nella capitale Alsarah and the Nubatones, icona della musica retro-pop dell’Africa Orientale, J.P. Bimeni & The Black Belts, Blick Bassy e Mayra Andrade accanto all’egiziano Abdullah Miniawy, a Rayess Bek, Mehdi Haddab. ” Sono artisti giovani – ha spiegato all’Adkronos Fabrizio Grifasi, direttore generale e artistico della Fondazione Romaeuropa – dal segno forte e innovativo con una forza artistica originale e visionaria, come è nello stile del ReF. Personalità forti che non hanno tradito la loro origine anche se nella musica avvertiamo le tracce e la ‘memoria’ dei loro Paesi d’elezione. Ma è quello che, in fondo, avviene da tempo sulla scena internazionale”.

In fuga dal Sudan e dallo Yemen Alsarah è approdato negli Usa con la sorella Nahid, il cantante J.P.Bimeni, giovanissimo, ha lasciato invece il Burundi in piena guerra civile, e ottiene lo status di rifugiato nel Regno Unito. Le sue composizione sono un mix di anima funk e southern soul. Amore e morte nella musica di molti artisti provenienti dall’Africa come nel caso di Blick Bassy (Camerun) influenza africane, latine, americane.

Il suo spettacolo ‘1958’ è dedicato a Ruben Um Nyobé, leader anticoloniale che ha lottato per l’indipendenza del Camerun. Attesa a Roma (Parco della Musica) anche la cantante Fatoumata Diawara capace di fondere la tradizione del Mali con sonorità pop, le melodie blues del Wassoulou.

“Ricchezza e diversità della loro musica – ha proseguito Fabrizio Grifasi- sempre su un doppio binario tra influenze occidentali e radici autoctone, una sorta di ancoraggio, fondamentale, imprescindibile alle proprie origini. Un tema che forse la politica ha sottovalutato. Solo attraverso l’arte si può arrivare ad una maggiore conoscenza e comprensione dell’altro”.

L’Africa ha conquisto giovani studiosi e musicisti. “Semplicità, corporalità, improvvisazione – ha spiegato Salvo Casano, leader dell’Afro Funk Arkestra – Così diversi dai canoni della musica occidentale, anche se spesso si tratta di suoni contaminati, influenzati. Il pop, il blues, il rock, il rap, l’hip pop… Miles Davis e Prince, Brian Eno e oggi il nostro Jovanotti”.

Una musica che ha anche dato vita ad ‘esperimenti’ riusciti di integrazione proprio partendo dall’arte, come nel caso della Libera Orchestra Popolare. “E’ quello che abbiamo fatto a Marsala – ha raccontato ancora Salvo Casano- Anche tra i ragazzi che approdano sulle nostre coste è possibile trovare talenti in erba. Bisognerebbe dare loro, semplicemente, la possibilità di studiare in maniera seria. Ma dopo il decreto Salvini bis il centro dell’isola si è svuotato”.

Anche il Salento incontra l’Africa con il Circular Musica Afro Festival. Ed è il suo leader, Giovanni Martella che ha parlato all’Adnkronos. “L’Africa è immensa. Il mio sguardo – ha detto – si è voluto concentrare sulla West Africa. Una storia millenaria legata ad un impero floridissimo, territorio spartito dalle potenze coloniale europee. E’ interessante sottolineare – ha proseguito – come, all’interno di quella società i musicisti avessero un ruolo preponderante. Una casta che si tramandava sapere e tradizioni di padre in figlio, nei secoli”.

Una musica, quella africana, che ha saputo far tesoro del suo passato, Poche le influenze europee, secondo Giovanni Martella. “Forse solo intorno agli anni ’70-80 con l’introduzione delle tastiere, bassi, chitarre – ha raccontato ancora- Ci sono esempi di ‘musica fusion’ ma, dalla mia esperienza, penso ci sia da parte dei musicisti africani un forte desiderio di rivalsa e soprattutto di riaffermare la propria cultura in un momento particolare della storia i cui noi tutti assistiamo all”invasione’ dell’Africa da parte degli Stati Uniti e della Cina”.

Anche Giacomo Martella parla della musica africana come trampolino di lancio per poter creare progetti di integrazione. “E’ accaduto con l’orchestra che ho fondato, ‘La répétition’, il cui front-man è un ragazzo nigeriano, proveniente da Lagos, in Nigeria, un migrante richiedente asilo, Mike Eghe, che grazie alla musica ha trovato, in parte, la sua salvezza e personale realizzazione. Bisognerebbe cominciare a raccontare la bellezza della vita, le sue meraviglie di amore – ha concluso- Escludendo negatività”.


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