Batteri dell’intestino chiave per battere i tumori con l’immunoterapia  

Pubblicato da in data 27 Settembre 2019

Batteri dell'intestino chiave per battere i tumori con l'immunoterapia

Pubblicato il: 28/09/2019 14:06

La chiave dell’efficacia anti-cancro dell’immunoterapia si cela nel nostro intestino. Ne sono convinti i ricercatori protagonisti di una sessione del Congresso Esmo (Europan Society for Medical Oncology) in corso a Barcellona, dedicata proprio agli ultimi studi sui batteri buoni che abitano nel tratto intestinale. “Il microbioma influisce sull’efficacia dell’immunoterapia anticancro”, ha spiegato Lisa Derosa del Gustave Roussy Cancer Campus presso l’università di Parigi Saclay, specializzata in ricerca sulla flora batterica intestinale.

A dimostrarlo i dati di pazienti con tumori solidi sottoposti ad antibiotico-terapia e immunoterapia: hanno esiti peggiori rispetto a quanti non sono stati trattati con antibiotici. C’è da tener conto anche del fattore tempo: la ‘finestra’ in cui si rischia di pagare il prezzo dell’uso degli antibiotici sembra aprirsi 30 giorni prima dell’immunoterapia, ha spiegato Derosa, presentando anche dati non pubblicati.

“Abbiamo visto che l’antibiotico modifica il microbioma e riduce l’effetto dell’immunoterapia”. Il suo gruppo ha analizzato le feci di pazienti con tumore dei polmoni o dei reni. Si è scoperto che la presenza in alcuni pazienti di un batterio, l’Akkermansia muciniphila, si accompagna ad esiti migliori dell’immunoterapia.

Ma non finisce qui. I ricercatori hanno rilevato 35 batteri diversi fra responder e non responder, e questo sembra essere il più importante. Dati ancora non pubblicati, “ma anche altri gruppi di ricerca nel mondo confermano la presenza nei responders dell’Akkermansia”, dice Derosa.

Dunque già oggi, evidenzia la ricercatrice – ricordando che i suoi colleghi all’università la prendevano benevolmente in giro chiamandola ‘Principessa pupù’ – il microbioma aiuta a definire chi risponderà meglio all’immunoterapia. Il progetto Oncobiome, frutto di un consorzio guidato dal Gustave Roussy, punta ad analizzare le feci con le scienze omiche per individuare caratteristiche in grado di cartterizzare i ‘responders’ fra i pazienti con diversi tipi di tumori solidi.

“Le feci possono dirci molto – assicura la giovane studiosa – dunque coraggio, cerchiamo di raccoglierle e capire cosa ci dicono”. Segreti che potranno portare a nuovi approcci per analizzare i pazienti e curarli con l’immunoterapia giusta, ma anche aiutarli con dieta, trapianto di microbatteri fecali, somministrazione batteri ‘buoni’. “In gut (bacteria) we trust”, campeggia sull’ultima slide della ricercatrice, accolta in sala da un applauso.


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