Depistaggio Borsellino, pm a Scarantino: “Prepariamo deposizione” 

Pubblicato da in data 4 Dicembre 2019

Depistaggio Borsellino, pm a Scarantino: Prepariamo deposizione

(Foto Fotogramma)

Pubblicato il: 05/12/2019 19:53

di Elvira Terranova

“Scarantino, iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento… mi sono spiegato, Vincenzo… si sente pronto lei?…”. E’ l’8 maggio del 1995 e il pm Carmelo Petralia, che all’epoca coordinava l’inchiesta sulla strage di via D’Amelio, parla al telefono con l’ex ‘picciotto’ della Guadagna Vincenzo Scarantino, che da poco aveva deciso di collaborare con la giustizia. Una collaborazione che poi si è rivelata fasulla. La conversazione tra il magistrato e Scarantino è adesso finita agli atti del processo sul depistaggio sulla strage Borsellino che vede imputati tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di concorso in calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Il pm Petralia, aggiunto a Catania, è adesso indagato per concorso in calunnia aggravata con l’altro pm, Annamaria Palma, che coordinò l’indagine dopo la strage.

Nella conversazione intercettata e trascritta dagli uomini del Ros di Messina, Petralia dice ancora a Scarantino: “Sicuramente ci sarà anche il dottor Tinebra – gli dice riferendosi all’allora procuratore di Caltanissetta – quindi tutto lo staff delle persone che lei conosce. E lei potrà parlare con Tinebra, con La Barbera di tutti i suoi problemi, così li affrontiamo in modo completo”. Poco prima Petralia dice a Scarantino, come si legge nelle trascrizioni delle bobine depositate al processo depistaggio sulla strage Borsellino di cui l’Adnkronos è in possesso: “Ci dobbiamo tenere molto forti perché siamo alla vigilia della deposizione”.

Sono in tutto 178 le pagine con le trascrizioni delle bobine con le voci del falso pentito con i magistrati, i poliziotti e i familiari, registrate tra il dicembre del 1994 e il luglio del 1995 quando Scarantino era a San Bartolomeo al Mare, in Liguria, con la sua famiglia. Ma anche a Pianosa, in carcere. Per la prima volta si conosce integralmente il contenuto delle trascrizioni. Frasi fino ad oggi inedite del falso pentito Vincenzo Scarantino, che con le due dichiarazioni ha fatto condannare degli imputati innocenti per la strage di Via D’Amelio. Dialoghi telefonici con il pm Annamaria Palma, ad esempio, e il pm Carmelo Petralia. Oppure con Mario Bo, uno dei funzionari di Polizia sotto processo. E tante telefonate con i suoi familiari. Lamentele sulla gestione del collaboratore, si autodefinisce, ad esempio “uno spione di questura” e “non un collaboratore”. In una telefonata, ancora, Scarantino dice alla pm Palma che ha “paura di andare a Genova” per un interrogatorio. Ma “la sua interlocutrice – scrivono i carabinieri nella trascrizione – lo rassicura in merito alla sicurezza dei trasferimenti che dovrà effettuare ma Scarantino le spiega che ci sono delle persone che dovrà incontrare che a lui non piacciono, specificando, a domanda, che non si tratta della dottoressa (Sabatino ndr) bensì di individui che sono in quell’ufficio”.

“A questo punto Scarantino ribadisce che deve parlare con la sua interlocutrice”, si legge nella trascrizione degli inquirenti. Si tratta di 19 bobine audio-video che, in originale, la Procura di Messina nei mesi scorsi aveva recuperato negli archivi del Tribunale di Caltanissetta. Materiale che non era mai emerso prima e che non era mai stato depositato in nessuno degli innumerevoli processi sulla strage Borsellino del 19 luglio 1992. La procedura di trascrizione era cominciata il 19 giugno al Racis di Roma, un lavoro molto complicato. Il procuratore di Messina Maurizio de Lucia aveva disposto il riversamento di 19 supporti magnetici contenenti registrazioni prodotte con strumentazioni dalla Radio Trevisan. Nel giugno scorso la Procura di Messina aveva notificato due avvisi di garanzia, per eseguite gli accertamenti tecnici non ripetibili, cioè le trascrizioni effettuate a Roma, all’attuale procuratore aggiunto di Catania Carmelo Petralia e ad Annamaria Palma, oggi avvocato generale della Corte d’appello di Palermo. Entrambi fecero parte del pool che a Caltanissetta indagò sull’attentato del 19 luglio 1992.

Sono decine le volte in cui Vincenzo Scarantino, come emerge dalle intercettazioni, chiama al telefono, in questura, Mario Bo, uno dei tre imputati, ma il funzionario non gli risponde quasi mai. “Il dottore è fuori”, gli rispondono dalla sua segreteria. “Scarantino chiede se c’è il dottore Boa (fonetico) – si legge nella trascrizione – Scarantino chiede a che ora lo potrà trovare e il suo interlocutore gli dice che oggi è fuori e precisa che ha capito con chi stava parlando domandando se deve riferire qualcosa”. E queste telefonate si ripeteranno per numerose volte. Tutte a vuoto, o quasi. In una telefonata tra i due, che verrà registrata, Bo chiede a Scarantino, che è agitato, cosa sia accaduto. “Vincenzo afferma che vuole tornare in carcere perché non se la sente più. Il dottor Bo gli chiede testualmente ‘Siamo sempre ai soliti, no?’ e gli domanda se ha parlato con l’avvocato.

Scarantino conferma di avere parlato con il legale al quale ha chiesto di riferire la sua scelta ai magistrati così come sta chiedendo al dottor Bo di comunicarla al dottor La Barbera. Il dottor Bo gli chiede se è per i soliti motivi che gli ha detto o se c’è altro ma Scarantino non specifica. Bo afferma che ne parlerà con La Barbera”.

In un’altra frase Scarantino dice al cognato di “non avere mai subito alcuna pressione” per collaborare. Anche le registrazioni dei colloquio con il cognato sono finite adesso nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta. Mentre in aula, lo scorso giugno, interrogato dalla difesa dei tre poliziotti sotto processo, aveva dato tutta un’altra versione. “Io ero un collaboratore non un pentito. Il pentito si pente delle cose. Loro attraverso me volevano che nascessero altri pentiti. Per me è stato insopportabile soggiacere a queste torture. Mi convinsi a collaborare con gli inquirenti a causa del terrorismo psicologico che subivo in carcere a Pianosa. Tutto il terrorismo che mi hanno fatto, non solo mentale ma anche fisico. E’ stato un cumulo di tante cose”, aveva detto Scarantino spiegando che il 24 giugno del 1994 decise di collaborare con la magistratura. Negli anni successivi il falso testimone, poi condannato per calunnia, ha ritrattato diverse volte le sue accuse. Proprio a causa delle sue accuse furono condannati diversi imputati al processo per la strage di via D’Amelio. Poi scagionati dopo la collaborazione di Gaspare Spatuzza, che ha ricostruito la fase operativa della strage. Invece leggendo le trascrizioni delle sue conversazioni con i parenti diceva altro.

“Angelo Basile, fratello della moglie – scrivono i carabinieri nelle trascrizioni – come la madre, esterna dubbi in merito alla scelta di collaborare presa dal cognato il quale, a suo parere, avrebbe ricevuto pressioni in merito. Scarantino invece nega dicendo che la sua scelta non è stata dettata né dalla detenzione di Pianosa né da eventuali pressioni”.

Ma alla moglie, Rosalia Basile, dice altro: “Non ce la faccio più a Pianosa. O mi impicco, oppure inizio a collaborare con i magistrati”, diceva il falso pentito Vincenzo Sscarantino nel corso di un colloquio nel carcere di Pianosa, finito tra le intercettazioni trascritte e depositate al processo sul depistaggio sulla strage Borsellino. L’ex picciotto è stato Pianosa per circa un anno, fino al 15 luglio 1994, tre settimane dopo avere iniziato a collaborare. nuovamente sulla vita della figlia che è presente”.

Ci sono altre trascrizioni con le intercettazioni con la moglie. “Vincenzo le dice – trascrivono gli investigatori – che ha parlato con i giudici in merito a degli omicidi e fa dei nomi incomprensibili. Rosalia Basile riferisce che lui è veramente impazzito e che ha sentito le notizie della televisione. Lui le chiede se vuole parlare con i poliziotti e con i magistrati ricevendo una risposta negativa”. In un altro colloquio tra moglie e marito, Rosalia Basile dice a Vincenzo Scarantino: “Perché ti rispettano? Perché vogliono il suo (loro ndr) scopo” e Scarantino chiede “se vogliono il suo scopo cosa, Ro’…”, la donna cerca di essere più chiara affermando: “vogliono raggiungere il loro scopo, vogliono sapere cose che tu.. non lo so.. boh”. E Scarantino: “Cose che io non so?” e la moglie ribatte: “Che tu non sai”.

A quel punto Scarantino si alza e abbraccia la moglie bisbigliandole all’orecchio e poi le dice a voce più alta: “I bambini cresceranno con tanta dignità, con tanta educazione”. Da lì a poco, Scarantino decise di collaborare con la giustizia. Infatti, salutando la moglie le dice: “Preparati tutto il necessario, sono stato chiaro? Verranno a prelevarti con i bambini alle due o tre di notte, sarà presente anche una poliziotta bionda”.

E così è stato. Scarantino iniziò a collaborare con i magistrati. Salvo poi ritrattare. E poi ancora ritrattare la ritrattazione. Nel frattempo sette persone innocenti hanno trascorso quasi venti anni in carcere. E adesso si cerca di fare ancora luce su quegli anni misteriosi.


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