Danza: a Messina il ‘Don Chisciotte’ del Balletto di Roma 

Pubblicato da in data 14 Gennaio 2020

Al Vittorio Emanuele di Messina il 'Don Chisciotte' del Balletto di Roma

Un’immagine del nuovo ‘Don Chisciotte’ firmato per il Balletto di Roma da Fabrizio Monteverde in scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina

Pubblicato il: 15/01/2020 10:46

In scena al Teatro Vittorio Emanuele di Messina, il 17 e il 18 gennaio, ‘Io, don Chisciotte’ l’ultimo lavoro firmato da Fabrizio Monteverde per il Balletto di Roma, liberamente ispirato al ‘Don Chisciotte, diario intimo di un sognatore’ di Corrado D’Elia. In questa versione del romanzo spagnolo di Cervantes Fabrizio Monteverde, esponente di una generazione di giovani talenti esplosa negli anni ’90, immagina un Don Chisciotte ‘doppio’, che incarna la ‘con-fusione’ degli opposi.

Al centro della scena, senza un significato presunto univoco, ci sono i rottami di una macchina abbandonata, cavallo da corsa dei nostri giorni, simbolo di un mondo in trasformazione continua. Sempre in bilico tra intenzioni logiche, razionali, ben espresse e azioni assurde, temerarie, Don Chisciotte, con il suo sguardo strabico sulla realtà, conquista la gloria attraverso avventure sconnesse e poco calcolate, imponendo la propria illusione sulla realtà con eroico sprezzo del ridicolo.

Elemento disturbante e artefice del caos, in fondo ci dimostra che ogni cosa, ogni persona è sempre altro da quello che dice di essere. L’errore è verità e la verità è errore in una società che, soprattutto per un Don Chisciotte poeta, folle, mendicante come quello immaginato da Monteverde, è alla rovescia. Il mondo, del resto, così come la scena, è sempre diverso in base al punto di vista da cui lo guardiamo e la verità si manifesta solo nella libertà di muoversi al suo interno. Una libertà incondizionata che testimonia l’inseguimento di un sogno, la ricerca del proprio io bambino, il desiderio infinito di amare.

Fabrizio Monteverde dopo il ‘Il Lago dei Cigni ovvero il Canto’ del 2014 dichiarò che questo sarebbe stato il suo ultimo lavoro coreografico e che poi si sarebbe ritirato dalla scena per vivere a Cuba, luogo in cui trovare una nuova dimensione umana e artistica ispiratrice. Così è stato. Ma questo ‘Don Chisciotte’ bizzarro, pazzo cavaliere animato dall’idea di combattere per una giusta causa, lo ha felicemente riportato a far danzare quei valori umani e artistici rappresentati da un protagonista che grottescamente contrasta i privilegi, spesso sordi e ben ovattati, imperscrutabili.

‘Io, Don Chisciotte’, rappresenta la rivincita del senso ‘individuale’ contro il dominio dell’astratta ‘universalità delle leggi umane. Una lotta contro i mulini a vento che diventa metafora della ricerca di un’identità, di quella persa dell’uomo fuori dal tempo, guerriero che combatte una guerra già finita e che si è smarrito nella pazzia dell’hidalgo o nell’ignoranza di Sancho Panza.

Quel che la danza testimonia come imprescindibile è che l’azione dell’uomo non trova mai ‘un fine’ e neppure ‘una fine’ in senso assoluto. “Perché in fondo il bello – dice Don Chisciotte – è nella follia. Senza motivo!”.


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