Mafia, Di Matteo (Csm): “Strage Borsellino non fu solo Cosa nostra” 

Pubblicato da in data 2 Febbraio 2020

Mafia, Di Matteo (Csm): Strage Borsellino non fu solo Cosa nostra

(Foto AdnKronos)

Pubblicato il: 03/02/2020 19:13

di Elvira Terranova

La strage di via D’Amelio, in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta “non fu solo mafia”. Scandisce bene le parole il consigliere del Consiglio superiore della magistratura Antonino Di Matteo, al processo sul presunto depistaggio sulle indagini sulla strage del 19 luglio 1992 che vede alla sbarra tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. Una frase detta con un soffio di voce, mentre risponde ai pm Gabriele Paci e Stefano Luciani.

“Non credo che la strage di via D’Amelio sia solo di mafia”, dice Di Matteo che fece parte del pool che indagò sull’attentato. Che poi aggiunge: “Il depistaggio cominciò con la scomparsa dell’agenda rossa” del giudice Borsellino. E spiega: “Le indagini sul diario del magistrato partirono già il 20 luglio del 1992, il giorno dopo l’attentato”. E sottolinea che “l’agenda rossa è sparita e certamente non può essere sparita per mano di Graviano o Biondino (due mafiosi ndr)…. Il mio impegno era finalizzato a capire per mano di chi fosse sparita”.

Parla poi di “reticenze bestiali” anche istituzionali. “Abbiamo fatto il possibile per accertarlo, anche scontrandoci con reticenze bestiali sulla presenza di esponenti delle istituzioni nel luogo dell’attentato. Da qui sarei voluto ripartire per tante altre cose…”. Una deposizione fiume, iniziata poco prima delle dieci di mattina, con una breve pausa alle 15, in cui l’ex pm dopo avere ripercorso la sua carriera, ha parlato delle indagini sulla strage mafiosa.

Una deposizione che però non è piaciuta a Fiammetta Borsellino, figlia minore del giudice che alla fine dell’udienza si dice “amareggiata, delusa e arrabbiata”. Nel lungo controesame l’ex pm Di Matteo ricorda anche un aneddoto che riguarda l’iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, come mandanti esterni alle stragi. “Resistenze o no, io e i colleghi siamo andati avanti per la nostra strada. Sulle indagini su Contrada e la eventuale presenza di personaggi dei servizi nessuno mi disse mai nulla. Le indagini le facevamo noi e nessuno mi pose mai un freno. Per quanto riguarda invece i mandanti esterni alle stragi e il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri fu diverso: ci fu una riunione della Dda e fu imbarazzante”.

E aggiunge: “Già si sapeva che la riunione era stata convocata per valutare l’eventuale iscrizione di Berlusconi e Dell’Utri nel registro degli indagati. Il procuratore di allora Giovanni Tinebra dopo una lunga e animata discussione diede l’ok anche se non era d’accordo, ma disse anche che dovevamo procedere con nomi di fantasia e che lui non avrebbe sottoscritto nessun atto”. E’ lo stesso magistrato, senza aspettare la domanda dei pm o degli avvocati, a parlare della polemica scoppiata qualche tempo fa dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni tra il falso pentito Vincenzo Scarantino e il pm Carmelo Petralia in cui il magistrato diceva all’ex collaboratore: “Iniziamo un lavoro importantissimo che è quello della sua preparazione alla deposizione al dibattimento… mi sono spiegato Vincenzo… se sente pronto lei…”.

Carmelo Petralia e Annamria Palma sono oggi indagati per calunnia aggravata dall’avere agevolato Cosa nostra. “Si è tanto parlato dell’attività di preparazione del collaboratore di giustizia – spiega oggi Di Matteo – Ricordo che in occasione di interrogatori che venivano verbalizzati e che erano prossimi all’impegno dibattimentale del processo ‘Borsellino ter’ io ho preparato i collaboratori Salvatore Cancemi, o Giambattista Ferrante oppure Francesco Onorato. Cioè tutti quelli che smentivano Scarantino. Ma che cosa significa preparare? Vuol dire al collaboratore ‘Lei giorno tot comparirà davanti alla Corte d’assise’. Oppure ‘gli argomenti saranno questi’ e ancora ‘dica la verità’, né una cosa in più né una cosa in meno. Oppure ‘esponga in chiarezza, non entri in polemica’. Questo vuol dire preparare un collaboratore”.

Di Matteo parla della attendibilità di Scarantino: “Abbiamo dato un giudizio di attendibilità assai, ma assai, limitata, perché nel processo ter non lo abbiamo neppure inserito nella lista dei testimoni – dice -E nei confronti di chi era accusato esclusivamente da Scarantino abbiamo chiesto l’assoluzione di tre dei revisionati. Questo non viene detto da nessuno”. E’ ancora Di Matteo a sottolineare che “c’erano dubbi molto seri sulla credibilità di Vincenzo Scarantino”.

Il magistrato parla anche dell’eventuale ruolo dei servizi segreti nelle indagini sulla strage di via D’Amelio: “Siccome l’ipotesi era che soggetti legati ai servizi avessero partecipato alla strage di via D’Amelio, avrei respinto di certo un eventuale loro tentativo di contribuire all’indagine. Noi non ci siamo fatti aiutare dai Servizi, li abbiamo indagati”. E ancora: “Indagai a fondo sulla presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio dopo la strage. Fui io a riaprire le indagini su di lui sulla base delle dichiarazioni del pentito Elmo che ci aveva detto di averlo visto allontanarsi dal teatro dell’attentato con una borsa, o dei documenti in mano. A quel punto lessi tutto il vecchio fascicolo, acquisii le sue agende”.

“Vedendo quegli atti mi accorsi che c’era stato un ufficiale del Ros, Sinico, che era andato in procura a Palermo e aveva riferito ad alcuni magistrati di aver saputo che la prima volante accorsa dopo l’esplosione aveva constatato la presenza di Contrada – ha spiegato ancora Di Matteo che indagò sulla strage Borsellino – Fu aperta una indagine molto spinta sui Servizi Segreti. Io stavo per chiedere il rinvio a giudizio del carabiniere che, poi, si decise a fare il nome della sua fonte che indicò in Roberto Di Legami, funzionario di polizia. Di Legami negò tutto. Fu rinviato a giudizio ma poi fu assolto”.

E ribadisce anche che “Né io né i miei colleghi Carmelo Petralia e Annamaria Palma abbiamo mai avuto rapporti con i Servizi segreti, e neppure la Polizia giudiziaria, però c’era il capo del Sisde di Caltanissetta che in quegli anni, tra il 1995 e il 1996, frequentava gli uffici giudiziari di Caltanissetta, anche i magistrati della giudicante, in particolare una collega”. “Ricordo in particolare un soggetto che si presentava ufficialmente come il capocentro della sede di Caltanissetta del Sisde, Rosario Piraino, aveva l’abitudine di frequentare non solo la procura di Caltanissetta, ogni tanto bussava alle porte dei pm amichevolmente. Io personalmente non gli ho mai dato l’occasione di parlare di inchieste ma aveva una frequentazione con i giudici che seguivano il dibattimento come supplenti, in particolare una collega”.

Poi, Antonino Di Matteo, prende le difese del cosiddetto gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’ guidato all’allora dirigente della Squadra mobile Arnaldo La Barbera, oggi deceduto. Secondo l’accusa i poliziotti oggi alla sbarra avrebbero costretto alcuni collaboratori come Scarantino di mentire. “Nessuno mi ha mai detto che Vincenzo Scarantino era stato costretto dai poliziotti (del gruppo Falcone e BOrsellino ndr) a dire determinate cose”, spiega oggi.

In particolare, rispondendo alle domande dell’avvocato Rosalba Di Gregorio che rappresenta le parti civili, gli imputati che furono accusati ingiustamente da Scarantino, Di Matteo, parlando della ritrattazione di Scarantino in tv, spiega: “Non ho mai avuto nessun elemento di conoscenza, diretta o indiretta, nessuno, né Scarantino né le centinaia di persone che ho sentito, ha mai ipotizzato che Scarantino fosse stato costretto dai poliziotti a dire delle cose. Questo lo devo dire assolutamente. O che sono stati acquisiti elementi in questo senso”.

Ma Fiammetta Borsellino alla fine dell’udienza e’ arrabbiata e non lo nasconde. “Mi veniva quasi di mettermi in gabbia in quell’aula di giustizia – dice fuori dall’aula dopo deposizione dell’ex pm del Pool sulla strage Borsellino- mi sento ingabbiata. Penso che c’è un’enorme difficoltà a fare emergere la verità. Non ho constatato da parte di nessuno una volontà di dare un contributo al di là delle proprie discolpe personali per capire quello che è successo e questo mi fa molto male. Io penso che di mio padre non abbia capito niente nessuno di questi magistrati”.

E ancora: “Ho ascoltato molto attentamente la deposizione del consigliere Di Matteo e rimango sempre stupita da questa difesa oltre che personale a oltranza di questi magistrati e poliziotti che si sono occupati dell’indagine sulla strage. Ma sembrano tutti passati lì per caso”. “Sembra che tutto quello che riguarda la vicenda di Scarantino e del depistaggio sia avvenuto per le virtù dello spirito santo – dice – Sembra che la vicenda Scarantino si solo un segmento molto piccolo di una indagine, anzi ha dato una incidenza molto importante. Ci si riempie la Bocca del lavoro in Pool, ma tutte le volte in cui si chiede come mai non sapessero nulla dei colloqui investigativo cadono tutti dalle nuvole”.

“Tutti dicono che sono venuti in un momento successivo – conclude – ma ciò non vuol dire non venire a sapere ciò che accadeva prima”. Il processo è stato rinviato a venerdì prossimo per sentire alcuni funzionari Dia. Nelle prossime udienze il tribunale deciderà anche sulla deposizione del magistrato Ilda Boccassini che, per motivi di salute, non potrà venire a Caltanissetta. La Procura ha chiesto di sentirla in videoconferenza o in trasferta a Milano, dove risiede.


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