Bere acqua calda contro coronavirus? La scienziata smonta fake news  

Pubblicato da in data 23 Febbraio 2020

Bere acqua calda contro coronavirus? La scienziata smonta fake news

Susanna Esposito presidente Waidid

Pubblicato il: 24/02/2020 19:39

di Margherita Lopes

Acqua calda arma contro il coronavirus? In tempo di ansia da Covid-19 si moltiplicano, nelle chat dei genitori italiani, i messaggi di presunti esperti da Wuhan o dalla Cina che sanno tutto su questo misterioso microrganismo e regalano perle di saggezza per difendersi. Fra le soluzioni anti-coronavirus: bere acqua calda, perché il patogeno muore a 26-27 gradi, stare al sole perché questo lo uccide (anche sui vestiti), ed evitare di bere liquidi con dentro del ghiaccio (‘amico’ del virus). “La soluzione dell’acqua calda è un’assurdità, forse frutto dell’idea che con il caldo si tende a ridurre la diffusione di molti patogeni respiratori”, spiega all’AdnKronos Salute Susanna Esposito, presidente dell’Associazione mondiale per le malattie infettive e i disordini immunologici (Waidid) e professore ordinario di Pediatria all’Università di Parma, che invita a diffidare da questo tipo di informazioni.

Stare al sole fa bene perché aumenta la sintesi di vitamina D, ma contro i coronavirus non ha effetto – precisa l’esperta – Mentre il fatto di stare all’aperto riduce, in effetti, il rischio di contagio che invece aumenta nei luoghi chiusi e affollati, ma questo per tutti i virus”. Anche il monito contro il ghiaccio non ha alcuna logica. “Piuttosto, è bene lavare accuratamente e spesso le mani con acqua e sapone o con soluzioni alcoliche. E ricordare che se non si hanno sintomi respiratori non ha senso indossare la mascherina. In caso contrario sì, perché si proteggono gli altri”, conclude.

LA CORSA AL TAMPONE – Corsa al tampone, con numeri verdi intasati e irraggiungibili e addirittura truffatori che si presentano nelle case travestiti da operatori. E cancellazioni delle visite di routine per paura di andare in ospedale. “Ma attenzione: non dimentichiamo chi sono i casi sospetti, per i quali è indicato il tampone”. E’ il monito di Susanna Esposito, che invita alla calma e ricorda all’Adnkronos Salute: “Si tratta di persone con un’infezione respiratoria acuta che negli ultimi 14 giorni sono stati in Cina o nelle aree italiane dove c’è un focolaio (le cosiddette aree rosse)”.

“Oppure – continua – persone con sintomi respiratori acuti che hanno avuto un contatto stretto (meno di 1,5 metri) con un caso probabile o certo, o che hanno lavorato o frequentato strutture sanitarie dove sono stati ricoverati pazienti con Covid-19, o che convivono con un caso confermato. La corsa al tampone sempre e comunque non ha senso. Se sono in discrete o buone condizioni e sono positivo, verrò isolato per evitare di trasmettere la malattia. Se invece sto male – aggiunge Esposito – verrò preso in carico dal servizio sanitario e sarò curato con una terapia che cambia in rapporto alla gravità clinica. E’ vero che non ci sono terapie mirate, ma in questo momento ad alcuni pazienti gravi vengono somministrati trattamenti con farmaci antivirali utilizzati per la cura dell’infezione da Hiv e dell’ebola, che si sono dimostrati potenzialmente efficaci”.

Se la preoccupazione dilaga, l’infettivologa invita a ritrovare la razionalità. “I casi gravi sono stati registrati soprattutto in soggetti anziani, con patologie di base come cardiopatie e diabete, o in soggetti immunodepressi, ad esempio malati di tumore. E questo non solo in Cina, ma anche in Italia. I casi nei bimbi sono stati pochissimi e ancora non è chiaro il motivo”, aggiunge la specialista, che è anche pediatra.

COME PROTEGGERSI ALLORA? “E’ più che valido il consiglio di lavare spesso le mani, col sapone o soluzioni alcoliche, tossire coprendosi bocca e naso con fazzoletti da buttare via, stare a casa in caso di febbre o sintomi respiratori acuti. Se le condizioni sono gravi, è bene chiamare il 118”. In questi giorni, poi, si è verificato un crollo dell’accesso delle persone in ospedale. “Una cosa mai vista prima – dice Esposito – e questo anche se non c’è motivo di rinviare o posticipare le visite ambulatoriali di controllo, sia in presenza che in assenza di malattie croniche”.

“Tra l’altro, i pazienti ci chiedevano se venire in ospedale con la mascherina. Ma se non si hanno sintomi respiratori o se non provengono da un’area a rischio, non ha senso metterla. Altrimenti sì: per proteggere gli altri. In ospedale – aggiunge l’esperta – è importante più che mai in questo periodo seguire le norme igieniche, ma dobbiamo dire anche che non ci sono misure restrittive per l’assistenza ambulatoriale. E’ bene dunque ricordare a chi è in sala d’attesa che le mascherine sono dispositivi di protezione individuale e che ci sono direttive precise da seguire stabilite dal Ministero, dalle Regioni e dai singoli Ospedali che si basano su evidenze scientifiche. Si deve lavorare in squadra, anche se naturalmente gli operatori sanitari sono molti stressati – conclude – e i pazienti straordinariamente impauriti nell’accedere alle strutture ospedaliere”.


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