Coronavirus, allarme nautica da diporto: “Stop decreta morte del settore” 

Pubblicato da in data 25 Marzo 2020

Coronavirus, allarme nautica da diporto: Stop decreta morte del settore

(Fotogramma)

Pubblicato il: 26/03/2020 09:29

La nautica italiana da diporto lancia un grido d’allarme: “La sospensione delle attività produttive dell’intero comparto del settore, come indicato dal Dpcm del 22 marzo, comporterà danni irreparabili all’intera filiera che rappresenta il 5% del Pil nazionale e fattura circa 6 miliardi di euro annui”. E’ il presidente dell’Associazione della filiera nautica italiana (Afni) e del Polo nautico italiano, Gennaro Amato, a sottolineare “l’urgenza e la necessità di intervento in favore della nautica da diporto” in una lettera inviata al presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte, ad altri Ministeri di riferimento e ai governatori delle Regioni che rappresentano gli oltre 7500 km della costa italiana.

“Lo stop imposto – spiega Amato – costringerà non solo oltre 100mila lavoratori della filiera a sospendere il proprio lavoro, ma soprattutto interromperà l’anno produttivo del segmento con le consegne estive programmate da aprile a giugno pertanto, conseguentemente, comporterà un blocco certo del settore sino alla prossima campagna produttiva dell’estate 2021. Il decreto senza mezzi termini sferra un colpo mortale all’industria della nautica da diporto. Non capiamo come sia stato possibile non tener conto di un settore come il nostro e dell’indotto che ne consegue tanto da decretarne la morte certa. Facciamo appello alla vostra sensibilità affinché si possano apportare delle deroghe urgenti che ci consentano di continuare la nostra attività pur nel rispetto dei decreti con la messa in atto di tutte le misure necessarie per la tutela dei lavoratori”.

La richiesta d’intervento, per la modifica in deroga del Dpcm del 22 marzo riguarda “la cantieristica da diporto che, senza una misura d’introduzione nelle attività consentite, costringerebbe molti imprenditori a sospendere i contratti dei lavoratori e soprattutto a dover far fronte a capitali privati investiti per la produzione con le conseguenziali esposizioni bancarie alle quali sono soggetti”.


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