Coronavirus, Caccia (ong Mediterranea): “Nostri medici in ospedali Covid, lasciate i porti aperti”  

Pubblicato da in data 29 Marzo 2020

Coronavirus, Caccia (ong Mediterranea): Nostri medici in ospedali Covid, lasciate i porti aperti

Pubblicato il: 30/03/2020 14:32

di Elvira Terranova

Dalle missioni nel Mediterraneo per salvare migliaia di vite umane agli ospedali, soprattutto del Nord, per tentare di strappare alla morte centinaia di pazienti affetti dal coronavirus. Sono gli oltre 130, tra medici e infermieri di ‘Mediterranea Saving Humans’, cioè l’intero settore medico-sanitario della ong che oggi è impegnata sul fronte dell’emergenza Coronavirus. “Parliamo di oltre 130 tra medici e paramedici che sono attivi all’interno del sistema sanitario nazionale o in iniziative parallele di supporto. Particolarmente importante è l’impegno di medici e volontari del gruppo di Mediterranea a Brescia, una delle province più colpite dalla diffusione dell’epidemia”, dice Giuseppe Caccia, responsabile operativo di Mediterranea, in una intervista all’Adnkronos.

“Lì c’è, ad esempio, chi come Fabrizio Gatti era a bordo della nostra nave quando 98 persone sono state salvate nell’agosto scorso da un sicuro naufragio, ed oggi è imbarcato sulle ambulanze che trasportano senza sosta malati dalle loro case all’Ospedale Civile di Brescia – spiega Caccia- O in Veneto, dove un giovane medico come Yadran Ferro, che sarebbe dovuto salpare con la prossima missione della Mare Jonio per soccorrere migranti alla deriva, è oggi arruolato a Padova nelle unità speciali di cura a domicilio delle persone colpite dal virus”.

Ma allora quando torneranno in mare i soccorritori volontari di Mediterranea? “Dopo il dissequestro della nave Mare Jonio e della barca a vela Alex – dice ancora Caccia – Mediterranea Saving Humans era pronta a ripartire in missione, verso la zona di ricerca e soccorso nel Mediterraneo Centrale, là dove le partenze dalla Libia non si sono fermate”.

Perché, come ricorda ancora Giuseppe Caccia, “non dobbiamo dimenticare come, tra giovedì 12 e sabato 14 marzo, non appena le condizioni meteorologiche lo hanno consentito, centinaia di persone abbiano cercato di fuggire dall’inferno libico. In assenza di navi della società civile europea, alcune imbarcazioni sono riuscite ad approdare in autonomia a Lampedusa, 110 naufraghi a bordo di un gommone sono state soccorse con forte ritardo da una motovedetta maltese, 49 persone su di un barcone sono state illegalmente consegnate alla cosiddetta Guardia costiera libica dalle Autorità di Malta e dall’agenzia UE Frontex, complessivamente quasi quattrocento donne, uomini e bambini sono stati catturati e riportati in Libia”.

“Avevamo programmato la partenza della nostra nuova missione in mare per lo scorso 19 marzo, ma l’emergenza Covid-19 e le sacrosante misure di prevenzione sanitaria adottate dal Governo italiano ci hanno costretto, a malincuore, a congelarla – prosegue ancora il responsabile operativo di Mediterranea – è diventato infatti impossibile far arrivare i nostri equipaggi dalle altre regioni italiane in Sicilia per l’imbarco, ed ugualmente impraticabile salpare con l’imbarcazione di supporto che affianca la nostra Mare Jonio”.

Ma come si stanno preparando i volontari per le future missioni in mare? “Da una parte, stiamo lavorando a bordo per fare in modo che la Mare Jonio sia pronta, di fronte a un possibile cambio di scenario, a partire di nuovo in missione – dice Caccia – Come stiamo vedendo anche nelle isole dell’Egeo e ai confini di terra dei paesi dell’Unione, è fortissimo il rischio che, durante l’emergenza della pandemia più di prima, i fondamentali diritti delle persone migranti lungo le frontiere siano violati nel silenzio generale. Non smetteremo mai di denunciarlo e di chiedere l’evacuazione umanitaria di chi è imprigionato nei campi in Libia, dove abbiamo notizia di nuovi rastrellamenti, così come in quelli delle isole greche dove, viste le condizioni di drammatico sovraffollamento, la diffusione del virus potrebbe provocare una strage”.

E ribadisce che “sarebbe inaccettabile se, come risulta da alcune indiscrezioni, ci fosse un accordo tra governi europei che prevederebbe di chiudere i porti italiani e sbarcare ancora in Grecia le persone eventualmente soccorse nel Mediterraneo centrale da navi militari”. “Dall’altra siamo impegnati a terra, con i nostri Gruppi locali, in decine di iniziative di solidarietà, integrando i dispositivi locali della Protezione civile, aiutando le reti di volontariato, attivando centralini di supporto psicologico a distanza – aggiunge ancora Caccia – E per rivendicare misure che siano in grado di proteggere dall’epidemia le persone più fragili, ai margini della nostra società, precari, senza fissa dimora, chi è senza documenti e residenza. Tutte e tutti hanno diritto di ricevere protezione e cure adeguate”.

Poi annuncia: “Non appena ci saranno le condizioni minime per farlo, saremo pronti a ripartire in missione: come ci ha ricordato papa Francesco, possiamo salvarci, dall’annegamento o dall’epidemia, solo tutti insieme. In terra come in mare”.


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