Coronavirus: Ortu (Airl), l’epidemia e il ricordo del colera a Tripoli 50 anni fa 

Pubblicato da in data 30 Marzo 2020

Pubblicato il: 31/03/2020 18:26

L’epidemia, il ritorno rocambolesco (e dolorosamente forzato) in patria, l’autoisolamento in casa. L’epidemia di coronavirus del 2020 riporta alla memoria degli italiani di Libia, espropriati e cacciati dal colonnello Gheddafi, ricordi di 50 anni fa, legati ad un’altra epidemia, quella di colera, scoppiato a Tripoli “in quella torrida e tragica estate del 1970”, come scrive Giovanna Ortu nell’ultimo numero della rivista ‘Italiani di Libia’.

“Epidemia, rischi, vaccinazioni sommarie e una sottova-lutazione del pericolo da parte nostra dato che la tragedia in cui si inseriva questo ‘piccolo incidente’ sanitario aveva contorni giudicati ben più grandi che gettavano ombre talmente grandi sul nostro futuro da far apparire di minore importanza l’epidemia”, ricorda la Ortu, presidente dell’Airl, l’Associazione italiani rimpatriati dalla Libia.

“Invitati a recarci al pronto soccorso degli ospedali o all’infermeria sommariamente installata all’esterno del municipio in Piazza Cattedrale ci sottoponemmo a lunghe file per essere vaccinati sul braccio da solerti infermiere locali che certamente non cambiavano ogni volta la siringa (non esistevano quelle monouso) e talvolta forse nemmeno l’ago”, scrive ancora Giovanna Ortu, ricordando che a quel dramma per gli italiani di Libia si aggiungeva quello della confisca dei beni da parte del regime di Tripoli.

“Ma il colera determinò anche allora, come oggi il coronavirus, il blocco dei voli Alitalia per cui cominciò una lunga attesa con il prezioso certificato di nullatenenza in mano, dopo aver effettuato scelte alternative e dolorose di cosa abbandonare e cosa salvare. Alla fine -scrive la presidente dell’Airl- con una telefonata venimmo informati dello sblocco dei voli e con il biglietto aereo in tasca, regolarmente pagato da ciascuno di noi, ci chiudemmo alle spalle la porta di casa, come se dovessimo ritornare dopo mezz’ora, corremmo all’aeroporto abbandonando lì la nostra macchina che ormai apparteneva al Colonnello”.

Al rientro in Italia, “ci sottoponemmo ad una quarantena volontaria in casa, io senza poter rivedere per una settimana la mia bambina di undici mesi che all’indomani della confisca ero riuscita a far partire con il papà non residente a Tripoli munita di un documento di identità confezionato con grande sensibilità dal nostro consolato”. E poi, ricorda infine la Ortu, “libera dal problema di essere contagiata dal colera o peggio di trasmettere il virus alla mia bambina, ebbe inizio la mia nuova vita”.

“Tutto ritorna e ora che il Covid 19 è arrivato prima in Italia e poi nel mondo e se la prende soprattutto con le persone anziane come me, non lo tratto più con quell’aria di sufficienza di quando lo giudicavo un pericolo lontano facendo i distinguo fra le attenzioni riservate ai potenziali portatori del virus di oggi e il sostanziale abbandono di noi Italiani confiscati, espulsi e pure contagiosi”, conclude a presidente dell’Airl.


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