Coronavirus, “rischio tsunami stress post trauma per sanitari” 

Coronavirus, rischio tsunami stress post trauma per sanitari

(Afp)

Pubblicato il: 14/04/2020 14:28

“Nello tsunami che abbiamo subito”, travolti da un’emergenza coronavirus che sembrava troppo lontana per sfiorarci e invece all’improvviso ci è entrata dentro casa, “molte cose non erano prevedibili”. Ma adesso c’è un’altra ‘onda anomala’ che non possiamo permetterci di non vedere perché “è sotto i nostri occhi”: è il “disastro psicologico” vissuto ogni giorno dai camici bianchi in prima linea. “Dobbiamo intervenire ora prima che sia troppo tardi”. A lanciare l’allarme è Gabriella Pravettoni, a capo della Divisione di Psicologia dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano: “Possiamo facilmente prevedere un imminente futuro – spiega l’esperta all’Adnkronos Salute – con operatori sanitari con forte burn-out e che avranno a che fare con una devastante Sindrome post traumatica da stress”. Quella dei reduci di guerra.

Il monito è chiaro e nasce dai numeri di un’indagine condotta dai ricercatori della Divisione di Psiconcologia dell’Ieo e del Dipartimento di Oncologia ed Emato-oncologia dell’università degli Studi del capoluogo lombardo, diretti da Pravettoni. “Sono stati distribuiti 533 questionari a operatori sanitari impegnati contro Covid-19 negli ospedali lombardi: medici, infermieri, volontari e altri professionisti. Dai balconi la gente li applaude come eroi; per i pazienti sono angeli con il camice; per i mass media sono guerrieri, in trincea a combattere per il bene di tutti. Ma una volta tolti i guanti, la tuta di protezione e la mascherina – avverte la psicologa – rimane solo una persona. Una persona che ha paura“.

Dai dati raccolti finora, su oltre 270 operatori dai 26 ai 70 anni, emerge che “lo stress è elevatissimo: su una scala da 0 a 100, la risposta media del nostro campione è di 73. Circa il 98% ha un valore di distress quasi totale”, sottolinea Pravettoni, ordinario di Psicologia cognitiva e Psicologia delle decisioni alla Statale milanese. Ma a preoccupare, oltre allo stress, è “il vissuto emotivo degli operatori. Il sentimento predominante e più forte è la paura, l’angoscia”, unita al superlavoro e a un disperato senso di abbandono: “Siamo stati mandati al macello”, dicono. “Ci siamo sentiti lasciati soli” non dai cittadini o dai colleghi, ma “dalle istituzioni”.

“La paura è un’emozione primaria adattiva – evidenzia Pravettoni – E’ qualcosa che ci serve, perché ci segnala che siamo di fronte a un pericolo e ci spinge a reagire. Il nostro corpo secerne ormoni utili per spingerci a fuggire o attaccare. Anche la nostra mente subisce dei cambiamenti, focalizzandosi di più” sull’elemento di rischio. “Il problema nasce quando la paura diventa elevata ed eccessiva, come registrato nel nostro campione di operatori sanitari. I pensieri diventano negativi, lo stress aumenta, così come i comportamenti poco salutari e si instaura un circolo vizioso. Inoltre – precisa l’esperta – quando il pericolo non è immediato e ben identificabile”, come accade quando il nemico è invisibile e poco conosciuto, “la paura può sfociare in ansia, anche patologica”.

Di cosa hanno paura questi camici in trincea? “Non temono per sé, ma per gli altri: i loro malati, le persone care. Ciò che ci ha colpito – riferisce infatti la psicologa – è che i punteggi ottenuti nel vissuto emotivo di paura per se stessi sono relativamente bassi (su una scala da 0 a 100, il punteggio medio è di 54) rispetto a quelli di paura per i propri pazienti (punteggio 75) e per i famigliari (85). Questo è un altro campanello di allarme” perché “vuol dire che la paura è costante” e li insegue ovunque vadano: paura in reparto dove spesso non hanno le protezioni giuste da indossare per proteggere i malati, paura in casa dove non possono abbracciare compagni e figli. Paura sempre, “paura che si cronicizza”.

“Il fatto di preoccuparsi per gli altri più che per se stessi – ragiona inoltre la specialista – può portare a trascurare il proprio benessere fisico e psicologico, spingendosi al limite delle proprie risorse, fino al loro esaurimento. Ci sono operatori che dichiarano di lavorare 70 ore a settimana, a volte con un solo giorno di riposo. In questa situazione il rischio burn-out, la sindrome da stress lavorativo, è più che mai presente”.

“Abbiamo trovato una relazione tra distress percepito dagli operatori e altre variabili”, continua Pravettoni: da un lato la paura per pazienti e persone care, dall’altro “la percezione che le cose stiano sfuggendo dal proprio controllo. Da 0 a 100 la sensazione di controllo è bassa, circa 40″. Mentre è grande la rabbia verso chi poteva fare e magari non ha fatto: “Dai nostri dati emerge che gli operatori sentono fortissima la solidarietà delle persone, dei famigliari e dei propri colleghi. L’équipe di lavoro assume una rilevanza molto significativa – riporta l’esperta – Al contrario ci si sente abbandonati dalle proprie istituzioni: su una scala da 0 a 100, il punteggio medio è di 71”.

Per la psicologa è questo “il dato più preoccupante, perché con una percezione di abbandono così forte, e lavorando senza soluzione di continuità in uno stato di angoscia e di stress costante”, il rischio di “una devastante Sindrome post traumatica da stress” è in agguato. Con il suo Dipartimento, Pravettoni è coinvolta non solo nel sostegno agli operatori, ma anche in un progetto di telemonitoraggio che il gruppo Ieo-Monzino ha attivato per i propri dipendenti risultati positivi a Covid-19.

Contagiarsi per loro è “un dolore nel dolore: soffrono così tanto per i pazienti e i famigliari che se si ammalano lo stress aumenta, perché da un lato non sono più in grado di curare i loro assistiti e dall’altro rischiano di infettare i famigliari dai quali devono stare ancora più lontani. Dobbiamo e possiamo evitare – conclude la specialista – che al distress dell’assistenza ai pazienti si aggiunga il senso di abbandono causato dall’isolamento che si impone quando i malati diventano loro stessi”.