Dall’ombra alla ribalta, i 4 mesi dei virologi litigiosi  

Pubblicato da in data 18 Aprile 2020

Dall'ombra alla ribalta, i 4 mesi dei virologi litigiosi

Immagine di repertorio (Fotogramma)

Pubblicato il: 19/04/2020 12:50

Sono passati 4 mesi dalle prime notizie che arrivavano dall’Oriente su un nuovo misterioso ‘virus cinese’ che stava iniziando a contagiare la popolazione e a preoccupare le autorità della provincia dell’Hubei, capitale Wuhan. Quattro mesi nei quali l’Italia si è aggrappata sempre più forte alle parole di virologi ed epidemiologi, categoria di cui la stragande maggioranza degli italiani ignorava pure l’esistenza. In un primo tempo per capire cosa fosse questa minaccia ancora lontana e poi, una volta che l’epidemia avanzava veloce verso la pandemia, per definirne la pericolosità.

Centoventi giorni in cui gli esperti, oggi più che mai ‘registi’ nella progettazione della cosiddetta ‘fase 2’ della crisi Covid-19, hanno assunto posizioni non sempre convergenti, spesso in contrasto con la politica, in accordo e in disaccordo sulle scelte degli esecutivi degli altri Paesi. Dopo una vita nell’ombra, ecco la ribalta mediatica, interviste su interviste, dall’alba al tramonto, giornali e televisioni, dichiarazioni a raffica sui social, un carico di responsabilità enorme che ha diviso l’opinione pubblica e diviso la politica che a un certo punto è sembrata farsi da parte. Parole rassicuranti e altre meno, disquisizioni scientifiche inattaccabili e scivoloni di vario tipo, incluse battute infelici sulla Roma o la Lazio, su Trump e via discorrendo.

Il virologo Roberto Burioni, notissimo per le sue battaglie contro i no vax, è stato uno dei primi a prendere di petto la questione nuovo coronavirus: il 21 gennaio scriveva che “il rischio virus Cina in Italia non è minimo. Al momento non sappiamo né quanto sia pericoloso (ovvero quanti degli infettati sviluppano sintomi gravi) e neanche quanto sia facile il contagio (anche se su questo punto i primi dati non autorizzano l’ottimismo). Non c’è da allarmarsi, ma bisogna alzare immediatamente la soglia di attenzione, perché al momento non abbiamo un vaccino (per la gioia dei cretini antivaccinisti) e neanche una cura efficace, per cui l’unico modo di combattere il virus è impedirne la diffusione”. E già 27 gennaio evidenziava che “l’unica cosa oggi che può difenderci veramente è la quarantena, non c’è altro modo”, oltre alla “diagnosi precoce” sulla cui importanza insisteva anche a febbraio.

Ancora prima, il 18 gennaio, a parlare era stata Ilaria Capua, che ricordava come questo fosse “il terzo coronavirus a fare il salto di specie dall’animale all’uomo in 17 anni”. E a metà febbraio la virologa – ‘cervello’ italiano spinto a espatriare negli Stati Uniti dopo un’inchiesta giudiziaria che l’ha vista prosciolta “per mancanza dell’evento” contestato – con il suo monito “arriverà in Italia, le aziende si preparino con il telelavoro”, scosse un Paese che ancora non immaginava l’imminente arrivo del ‘paziente 1 di Codogno’ e lo tsunami che ne sarebbe seguito. Tanto che il 9 febbraio anche Burioni diceva “in Italia siamo tranquilli. Il virus non c’è. E’ lecito preoccuparsi solo per l’influenza”.

Ed è stato proprio il confronto tra Sars-CoV-2 e influenza ad animare lo scontro più forte di questi mesi, scontro che ha finito per coinvolgere elementi di spicco della politica e delle istituzioni, ma anche opinionisti famosi, e i tanti tuttologi del web. Un dibattito culminato nella diffida legale che l’associazione Patto trasversale per la scienza (Pts) – co-fondatori Roberto Burioni e Guido Silvestri, patologo in forze negli Usa – ha annunciato il 22 marzo contro Maria Rita Gismondo, microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano, per affermazioni come quella postata su Facebook il 23 febbraio: “Si è scambiata un’infezione appena più seria di un’influenza per una pandemia letale”.

Posizione sulla quale Gismondo non si sentiva affatto sola: “La mia frase sul virus come influenza? Altri virologi, ad esempio Fabrizio Pregliasco, hanno detto la stessa cosa – replicava la specialista – e lo diceva anche il direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). In quel momento avevamo un piccolo focolaio a Codogno e due casi dalla Cina. Si attacca solo me – protestava – quando invece c’erano altre persone che dicevano le stesse cose, fra cui” qualcuno tra “chi firma la diffida. Vale la fonte o il contenuto?”.

Capitolo influenza archiviato, si è poi aperto il fronte ancora caldo della gestione di pazienti, contatti e casi sospetti. Ospedale o domicilio? Un botta e risposta in materia si è consumato sull’asse Veneto-Lombardia. Da Padova il virologo Giorgio Palù faceva notare che “in Lombardia hanno ricoverato tutti, esaurendo ben presto i posti letto. Il 60% dei casi confermati. Da noi, i medici di base e i Servizi d’igiene delle Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici, si è evitato l’affollamento degli ospedali e la diffusione del contagio”. E da Milano Pregliasco ribatteva: “Io non voglio sminuire il lavoro prezioso dei colleghi veneti, ma bisogna capire che la situazione non è paragonabile. Così come è sbagliato pensare di adottare in Lombardia le stesse soluzioni”.

E poi i tamponi: quanti e a chi? A fine febbraio sul tema non tutti sono d’accordo. Massimo Galli, infettivologo del Sacco di Milano, in prima linea nell’emergenza Covid-19 e ospite frequente di molte trasmissioni televisive di approfondimento, prende di mira la scelta di eseguire i tamponi solo sui casi sintomatici: “Andrebbero fatti anche agli asintomatici, come ha fatto il Veneto”, affermava in linea con altri colleghi, ma in controtendenza con le direttive ufficiali. Perché fin dall’inizio della pandemia gli esperti del Comitato tecnico scientifico nazionale per l’emergenza Covid, con in testa nomi fra cui quello di Walter Ricciardi, hanno sempre ribadito che il tampone va fatto solo se ci sono riscontri sui sintomi legati al coronavirus e non agli asintomatici.

Ancora, i test sierologici: quando e perché? Sull’argomento si possono ricordare due voci, quella di Fabrizio Perno dell’ospedale Niguarda di Milano e quella di Palù. Per Perno “il tampone naso-faringeo è l’unico mezzo che abbiamo oggi per misurare la presenza virale”, ossia per diagnosticare l’infezione da coronavirus. “Gli anticorpi misurano la risposta dell’organismo all’attacco del virus”, dunque “per definizione arrivano dopo”. “Il posizionamento del test anticorpale non può che essere ‘a valle’, dopo che l’epidemiologia dell’infezione è andata avanti” per un certo periodo. Secondo Palù invece “quello di misurare gli anticorpi specifici contro il virus, quindi in grado di riconoscere Sars-CoV-2 dal virus della Mers, da quello della Sars e dai 4 virus del raffreddore che sono coronavirus umani con noi da migliaia di anni, è uno dei modi di fare la diagnosi”. “La diagnosi in virologia si fa in modo diretto, cercando e isolando il virus e poi sequenziandolo, o i suoi antigeni, o misurando la presenza di anticorpi specifici”.

Persino sulle mascherine la ‘battaglia’ è apparsa lunga, partecipata e non senza contraddizioni anche da parte dell’Oms: “L’uso esteso di mascherine da parte di persone sane nell’ambiente della comunità non è supportato da prove e comporta incertezze e rischi – ribadiva l’Agenzia in un documento del 7 aprile – Non esistono al momento evidenze secondo cui indossare una mascherina (sia medica che di altro tipo) da parte di tutta la comunità possa impedire la trasmissione di infezione da virus respiratori, incluso Covid-19”. Salvo poi leggere di David Nabarro, portavoce Oms, secondo il quale “questo virus non andrà via. Non sappiamo se le persone che l’hanno avuto rimarranno immuni e non sappiamo quando avremo un vaccino”. Per questo “qualche forma di protezione facciale sono sicuro che diventerà la norma, almeno per dare rassicurazione alle persone”.

Intanto in Italia Andrea Crisanti – docente a Padova, ideatore del sistema dei tamponi diffusi in Veneto e fra i primi ad ammonire sul rischio dei contatti intra-familiari – lanciava la proposta di tenerle sempre, anche a casa. Con Pregliasco che invitava a considerarle “cardine insieme al lavaggio frequente delle mani”. Anzi di più: “Dobbiamo iniziare a considerarle come un vero indumento, perché le porteremo a lungo”. E ancora Francesco Broccolo, università degli Studi di Milano, precisava che “il virus passa in tutte le mascherine, ma è comunque una prima barriera e ha una sua funzione primaria”.

I tanti volti che gli italiani hanno imparato a conoscere ogni giorno in tv si sono espressi dunque con altrettanti voci. Fino ad arrivare a oggi, con la necessità di far ripartire il Paese definendo la fase 2 post-lockdown. Un momento delicato al quale lavora la task force guidata da Vittorio Colao e in cui tutti concordano: sbagliare è vietato. Il fronte dei virologi sembra essersi ricompattato adesso sull’invito alla cautela, a evitare passi falsi che potrebbero causare una nuova impennata di contagi. Burioni indica “prudenza” perché si “devono evitare ripartenze selvagge”; Ranieri Guerra dell’Oms predica molta attenzione perché “sono inevitabili nuovi micro-focolai”; Galli osserva che, seppure l’epidemia “ha perso vigore”, allentare ora le restrizioni “sarebbe un grave errore”. E ha fatto discutere il mondo dei social l’uscita, venerdì, del rappresentante italiano del board dell’Oms e consigliere del ministro della Salute, Ricciardi, che si è detto sicuro “di una seconda pandemia” in “assenza di un vaccino”.

Lo stesso Ricciardi protagonista nelle ultime ore di una querelle sulla sua qualifica. E’ Guerra, intervistato da Rainews24, a fare nel merito “una precisazione: il mio collega Walter Ricciardi non è dell’Oms”. Contattati dall’AdnKronos Salute, i due chiariscono. “Walter Ricciardi è il rappresentante italiano presso il board dell’Oms – dichiara Guerra – Non ha niente a che fare con l’organizzazione. E’ un supercampione della sanità pubblica nazionale, ma non parla a nome dell’Agenzia” delle Nazioni Unite per la Sanità. Ricciardi conferma: “Io sono il rappresentante italiano nel Comitato esecutivo dell’Oms, designato dal Governo per il periodo 2017-2020. Non sono cioè un dipendente dell’Oms”, puntualizza l’esperto. “Credo – chiosa Guerra – che la confusione l’abbia fatta la stampa, non lui”.

Sul tam tam di dichiarazioni che spesso hanno involontariamente disorientato l’opionione pubblica ha provato a riflettere Silvestri, ammettendo che sì, “gli scienziati a volte discutono, magari anche animatamente come si usa in accademia, ma parlano la stessa lingua e lo fanno sempre allo scopo di aumentare la conoscenza per ridurre le sofferenze dei nostri simili”. “Uno sforzo” che medici e ricercatori fanno “volentieri, per dovere verso il pubblico”. Altra cosa, ha avvertito l’italiano ad Atlanta, è “il pollaio degli esperti ‘fai-da-te'”, dove “starnazza gente che non ha mai lavorato su un virus in vita sua” e dove “rosiconi in cerca di visibilità social” cercano di “provocare diatribe pubbliche tra esperti. Gli scienziati, per fortuna, non ci cascano”. Vanno avanti e lavorano, consigliano i decisori politici che a loro si affidano fra le accelerazioni delle Regioni e del mondo imprenditoriale. Mentre il 4 maggio si avvicina.


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