Di Rosa (Asl Rm1): “Con coppia cinese subito contact tracing, è chiave modello Roma” 

Pubblicato da in data 20 Aprile 2020

Di Rosa (Asl Rm1): Con coppia cinese subito contact tracing, è chiave modello Roma

Pubblicato il: 21/04/2020 17:29

“Noi abbiamo messo in campo forse il primo esempio di contact tracing nel nostro Paese, quando sono stati rilevati i primi casi di Covid-19 a Roma, quelli dei coniugi cinesi: abbiamo inseguito per l’Italia tutti i 24 compagni di viaggio della coppia e li abbiamo ‘rinchiusi’ allo Spallanzani. Da allora in poi facciamo contact tracing per ogni caso segnalato”. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Enrico Di Rosa, direttore del Servizio igiene e sanità pubblica dell’Asl Roma 1.

“Questa attività – ricorda – all’inizio era impegnativa perché per ogni malato si trovavano anche 10 contatti fra lavoro, palestra, famiglia. Bloccando il Paese, gli unici contatti veri e reali sono rimasti i familiari e questo ha semplificato il lavoro. Per tale motivo, la riapertura, la fase 2, dovrà essere gestita con grande cautela, con un utilizzo esteso delle mascherine in ogni luogo pubblico, con il distanziamento fisico, e anche avvalendoci della tecnologia e di sistemi di automazione che finora non avevamo”. “Ben vengano, dunque, le app come ‘Immuni’ perché possono essere in grado di potenziare la capacità di risposta del nostro Paese alla pandemia”.

“C’è stato un grandissimo sacrificio da parte dei cittadini – sottolinea – che ora giustamente vogliono e devono, anche per motivi economici, ripartire, ricominciare a lavorare. Ma ci sarà anche una grande voglia di voltare pagina, di dimenticare. E per questo c’è la necessità di non abbassare la guardia, da parte delle autorità sanitarie”.

“La situazione a Roma è buona – spiega – nel senso che il numero dei nuovi casi che si registrano ogni giorno è limitato e gli ospedali li gestiscono benissimo. Non esistono problemi di mancanza di posti letto ordinari o in rianimazione, la situazione è di massima tranquillità. Questo anche grazie all’attività di assistenza domiciliare che abbiamo attivato fin da subito, seguendo in totale oltre 350 pazienti Covid-19 in casa e mettendo 4.000 persone in quarantena, un po’ su modello tedesco, oltre che attuando un’approfondita ricerca attiva dei contatti”.

“Due terzi dei pazienti Covid-19 a Roma e nel nostro territorio – ricorda – sono stati assistiti in casa: li stiamo seguendo e diciamo che in questi giorni abbiamo il piacere di poterli vedere guarire. Stiamo eseguendo gli ultimi tamponi con modalità ‘drive in’. E anche se l’emergenza non finisce perché abbiamo sempre un certo numero di nuovi casi, il quadro che emerge penso possa dirsi positivo. In prospettiva non vediamo ancora la fine, c’è sempre un numero di pazienti che impegna sia il versante assistenziale ospedaliero che territoriale, ma è un carico che si sostiene al meglio”.

La chiave del successo del ‘modello Roma’, secondo l’esperto, “è aver messo in campo un’azione attiva di ricerca dei contatti dei contagiati: noi, come altre Regioni, lo abbiamo fatto e abbiamo trovato molti casi. Questo perché non si sta solamente ad aspettare quelli che si rivolgono all’ospedale: con la ricerca attiva si può ‘scovare’ facilmente un numero elevato di persone con sintomi lievi e moderati gestibili a casa. All’inizio dell’emergenza questa era una necessità: si teneva il paziente a casa perché era difficile rivolgersi agli ospedali. Si fanno i tamponi, non più di quelli necessari, ma quelli che servono per trovare i casi lievi e consentirne una gestione domiciliare, a parte qualche caso da trasferire in ospedale. La Asl Roma 1 ne ha assistiti 350, tutti con un decorso più che tranquillo, a parte la febbre alta per molti giorni che spesso preoccupa il paziente”.

“E innegabile che a questo livello ci sia però un’altra problematica – ricorda Di Rosa – e cioè il problema dei familiari: in alcuni casi l’infezione si è diffusa nelle famiglie, soprattutto quelle che si trovano in condizioni abitative difficili. Ma, ripeto, si tratta di situazioni che abbiamo gestito in tranquillità”.

“Come Asl – evidenzia – abbiamo rafforzato moltissimo la capacità di assistere a casa grazie al coinvolgimento pieno dei medici di famiglia e alla creazione di centrali operative per ogni distretto, cercando di garantire un’adeguata assistenza a queste persone anche attraverso l’app Dr Covid. All’inizio si era creata una situazione di maggiore intensità di richiesta di assistenza per la preoccupazione comprensibile dei cittadini: tante erano le persone preoccupate e si è creato un sovraccarico di segnalazioni, che ha generato ritardo nella presa in carico. Ora la situazione sta migliorando, di pari passo anche con la capacità aumentata di fare tamponi. Ma le persone sono meno preoccupate, ansiose, hanno imparato cosa fare, e c’è quindi meno pressione”.


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