Visco: “In Italia calo Pil del 9,2% ma se nuovi focolai anche -13,1%” 

Visco: In Italia calo Pil del 9,2% ma se nuovi focolai anche -13,1%

(Adnkronos)

Pubblicato il: 13/06/2020 16:29

“Per l’Italia, nelle previsioni pubblicate il 5 giugno nell’ambito dell’esercizio coordinato condotto dall’Eurosistema, abbiamo effettuato un’analisi di scenario, basata su ipotesi alternative in merito alla durata e all’estensione dell’epidemia, alle sue ricadute sull’economia globale e alle sue ripercussioni finanziarie. Lo scenario di base prefigura un calo del Pil del 9,2%; in un secondo scenario basato su ipotesi più pessimiste, coerenti, tra l’altro, con la necessità di contrastare possibili nuovi focolai, la diminuzione del Pil sarebbe del 13,1%“. Ad indicare il quadro è stato il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, parlando alla prima giornata degli ‘Stati generali dell’Economia’.

Per l’emergenza dettata dal nuovo coronavirus, ha sottolineato Visco, “è stato calcolato che, quest’anno, si registrerà a livello globale la più diffusa diminuzione del reddito in termini pro capite dal 1870“. “Già nella prima metà di aprile il Fondo monetario internazionale -ha ricordato il Governatore – anticipava una caduta del Pil mondiale del 3 per cento nel 2020, contro un aumento della stessa misura previsto in gennaio. All’inizio di questo mese, la Banca mondiale stimava un calo del 5,2 per cento”. “La scorsa settimana l’Ocse ha diffuso scenari che indicano una discesa del 6,0 per cento nelle ipotesi meno sfavorevoli e del 7,6 per cento qualora si presentasse una nuova ondata di contagi”.

“L’elevata incertezza” determinata dalla crisi però, ha ammonito il Governatore, “non deve costituire una scusa per non agire”, anzi, “al contrario” per Visco, “è una ragione ulteriore per rafforzare da subito l’economia e per muoversi lungo un disegno organico di riforme, che per molti aspetti è già stato tracciato”. E per questo cita ancora una volta “le parole pronunciate da Keynes 80 anni fa, quando suggeriva possibili modi di affrontare, sul piano economico, le difficoltà di una grande guerra. In sostanza il pensiero di Keynes era che la migliore strategia per il breve termine è quella di mettere a punto un buon piano per il medio-lungo periodo”.

Secondo Visco “le risorse pubbliche per finanziare questi interventi” urgenti e “favorire un impiego produttivo di quelle private possono venire da una ricomposizione del bilancio pubblico, da un recupero di base imponibile, da una riduzione del premio per il rischio sui titoli di Stato, da un uso pragmatico e accorto dei fondi europei”. Al netto degli interessi, la spesa pubblica italiana, spiega il Governatore della Banca d’Italia, “è in linea con quella media dell’area dell’euro, anche se il peso di quella pensionistica è più elevato ed è destinato a crescere ancora, come in molti altri Paesi dell’Unione europea, sulla spinta dell’invecchiamento della popolazione. Anche il livello delle entrate fiscali è allineato alla media degli altri Paesi, pur se è più elevato il cuneo fiscale sul lavoro. Ciò che più ci differenzia dalle altre economie avanzate è l’incidenza dell’economia sommersa, dell’illegalità e dell’evasione fiscale, che si traduce in una pressione fiscale effettiva troppo elevata per quanti rispettano pienamente le regole”. Le ingiustizie e i profondi effetti distorsivi che ne derivano, sottolinea ancora Visco, “si riverberano sulla capacità di crescere e di innovare delle imprese; generano rendite a scapito dell’efficienza del sistema produttivo. Un profondo ripensamento della struttura della tassazione, che tenga conto del rinnovamento del sistema di protezione sociale, deve porsi l’obiettivo di ricomporre il carico fiscale a beneficio dei fattori produttivi”.

“I fondi europei – è l’ammonimento di Visco – non potranno mai essere ‘gratuiti’: un debito dell’Unione europea è un debito di tutti i Paesi membri e l’Italia contribuirà sempre in misura importante al finanziamento delle iniziative comunitarie, perché è la terza economia dell’Unione”. Perciò “i benefici degli strumenti di sostegno europei – sottolinea Visco – non vanno valutati solo per la convenienza finanziaria che li caratterizza, pure notevole, ma anche e soprattutto per la possibilità che offrono di inserire lo sforzo nazionale in una strategia di sviluppo comune: è questa l’unica via per rispondere alle sfide globali che ci attendono, non solo geopolitiche, tecnologiche, ambientali, ma anche sanitarie, come abbiamo duramente appreso in questi mesi”.

“Il principale problema della nostra economia è, da oltre 20 anni, quello della bassa crescita, a sua volta riflesso della debolissima dinamica della produttività”.

Lo sviluppo del Mezzogiorno è essenziale per quello del Paese: nelle regioni meridionali vive circa un terzo della popolazione italiana e si produce quasi un quarto del pil. Le misure volte a sostenere la crescita dei territori in ritardo non devono distorcere gli incentivi di imprese e lavoratori, ostacolando l’impiego delle risorse nei modi più produttivi; bisogna intervenire sui fattori alla base del ritardo, non ci si può affidare solo ai tentativi di compensarlo con trasferimenti monetari. Gli effetti sull’economia meridionale di un’azione di rinnovamento dell’amministrazione pubblica, della scuola e delle infrastrutture, tradizionali e innovative, possono essere rilevantissimi”.

Le difficoltà italiane, spiega Visco, “sono amplificate nel Mezzogiorno. Nelle regioni meridionali deve innanzitutto migliorare l’ambiente in cui le imprese operano, in primo luogo con riferimento alla tutela della legalità. È più ampio il ritardo tecnologico da colmare, inferiore l’efficacia delle politiche pubbliche: il 75% delle ‘opere incompiute’ è localizzato in queste regioni, alle quali fa capo solo il 30% dei lavori pubblici. Il Mezzogiorno sta subendo un impoverimento per l’emigrazione delle risorse più giovani e preparate, in massima parte verso il Centro Nord del Paese; è una tendenza che comporta costi sociali immediati e che condiziona negativamente le prospettive di sviluppo”, sottolinea il Governatore della Banca d’Italia. “Sono stati numerosi, nel tempo, i tentativi di affrontare la ‘questione meridionale’, con interventi tanto diversi nell’impostazione quanto deludenti nei risultati”, aggiunge Visco.

C’è anche l’urgenza di salvaguardare il “nostro patrimonio naturale e storico-artistico, che costituisce l’identità stessa dell’Italia. La crisi del settore turistico ne ha reso immediatamente percepibile la rilevanza anche economica. Esso va preservato e reso fruibile in maniera sicura e sfruttando maggiormente le nuove tecnologie affinché, dopo la pandemia, possa tornare a contribuire allo sviluppo, con accresciuto rilievo”.

E ancora, ha sottolineato Visco, “bisogna puntare sull’elevata qualità della ricerca italiana. Lo Stato investe oggi nelle università circa 8 miliardi, la metà in rapporto al Pil rispetto a quanto fanno i paesi a noi più vicini. Lo spostamento anche solo di una frazione modesta del bilancio pubblico produrrebbe un deciso miglioramento per lo sviluppo dei giovani ricercatori e per favorire l’innovazione”, ha indicato Visco. “Ne risulterebbe potenziata -ha osservato il Governatore di Bankitalia- la capacità di intercettare le risorse europee destinate alla ricerca; ne trarrebbe beneficio il settore produttivo, che investe nella ricerca appena lo 0,9 per cento del Pil, contro l’1,7 per cento della media dei paesi dell’Ocse”. “L’assunzione di nuovi ricercatori prevista nel decreto del 19 maggio scorso costituisce una significativa discontinuità rispetto alle tendenze del passato” ha evidenziato infine Visco.

Per quanto riguarda il debito pubblico in Italia “la sostenibilità non è in discussione, ma il suo elevato livello in rapporto al prodotto è alimentato dal basso potenziale di crescita del Paese e al tempo stesso ne frena l’aumento. Crescita economica e politiche di bilancio prudenti e rivolte all’investimento dovrebbero invece rafforzarsi l’una con le altre, in un circolo virtuoso che il nostro Paese è in grado di attivare, favorendo la discesa dell’onere degli interessi sul debito”.

Al contrario del debito pubblico il debito privato italiano è tra i più bassi. “La ricchezza reale e finanziaria delle famiglie” italiane, ha ricordato Visco, “è elevata e il loro debito è tra i più bassi nei paesi avanzati; quello delle imprese è inferiore alla media europea; nel complesso, il debito privato ammonta in Italia al 110 per cento del Pil, più basso persino di quello della Germania (al 114 per cento), la metà di quello che si registra in paesi come la Francia (215 per cento) o l’Olanda (258 per cento)”.

L’auspicio, ha concluso VIsco – è che “queste consultazioni nazionali possano concludersi con degli atti concreti che ci consentano di compiere quei passi avanti di cui il Paese ha più che mai bisogno, anche attingendo alle numerose proposte avanzate e sfruttando appieno le opportunità offerte dai nuovi programmi europei approvati e in corso di definizione”.