Mafia: domani sentenza appello processo Capaci-bis, altro pezzo di verità sulle stragi/Adnkronos  

Pubblicato da in data 19 Luglio 2020

Domani la sentenza Capaci-bis, un altro pezzo di verità sulle stragi

Il Pg Lia Sava e il sostituto Nino Patti

Pubblicato il: 20/07/2020 14:31

A 28 anni di distanza dalla strage di Capaci, costata la vita al giudice Giovanni Falcone e a tre agenti di scorta, domani pomeriggio si aggiungerà un altro tassello di verità a una stagione che ha ancora tanti punti neri. E’ attesa, infatti, nell’aula bunker del carcere di Caltanissetta la sentenza d’appello del cosiddetto processo ‘Capaci bis’, che vede alla sbarra cinque imputati: Salvatore “Salvino” Madonia, Vittorio Tutino, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello. Per loro, al termine della requisitoria, il Procuratore generale Lia Sava ha chiesto la condanna all’ergastolo. Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero svolto un ruolo fondamentale sia nella fase organizzativa dell’attentato sia nel reperimento dell’esplosivo piazzato sull’autostrada.

Il materiale, per l’accusa, era stato procurato da Lo Nigro attraverso contatti con pescatori di Porticello che avevano recuperato in mare ordigni inesplosi della seconda guerra mondiale. Le responsabilità organizzative e operative della strage di Capaci erano già state fissate nel primo processo concluso il 26 settembre 1997 con 24 ergastoli per il Gotha di Cosa nostra, da Totò Riina, Bernardo Provenzano, Francesco e Giuseppe Madonia, Pippo Calò, Pietro Aglieri e altri componenti della Cupola mafiosa. In appello si aggiunsero altri cinque ergastoli. Il 16 settembre 2008 la Cassazione aveva confermato le condanne e chiuso il primo filone processuale per la strage di Capaci.

In primo grado quattro dei cinque imputati, tranne Vittorio Tutino, furono condannati all’ergastolo, mentre Tutino fu assolto per non aver commesso il fatto. Anche se adesso la Procura generale è tornata a chiedere la sua condanna. Per l’accusa il boss mafioso Salvo Madonia fu uno dei mandanti della strage mentre gli altri avrebbero ricoperto un ruolo esecutivo.

Nel corso della requisitoria fiume della procura generale, il Pg Lia Sava aveva ricordato che le indagini sulla strage Falcone non si sono mai fermate e che gli inquirenti sono alla ricerca di “concorrenti esterni”. “Fermo restando che la responsabilità di Cosa Nostra è scontata, si pensi a titolo meramente esemplificativo alle risultanze dei colloqui in carcere del 2013 fra Salvatore Riina e Alberto Lorusso, ove il capo dei capi Riina rivendica con malsano orgoglio di avere realizzato la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, le indagini per individuare eventuali concorrenti esterni continuano e non si fermano”, aveva ribadito Sava.

Sava aveva evidenziato come “lo sviluppo delle indagini sta via via delineando altre strade che, se doverosamente riscontrate, possono far individuare altri soggetti che hanno potuto contribuire alle stragi”. Perché, come è stato ribadito anche nei giorni scorsi durante le commemorazioni per la strage di via D’Amelio anche dagli stessi familiari del giudice Paolo Borsellino, sono ancora numerosi i coni d’ombra delle stragi mafiose del 1992.

“Il 26 luglio 2017 – aveva ricordato il Pg Sava- c’è stata la sentenza del Capaci bis di primo grado, ed era il 27 maggio del 2016 quando dissi che le indagini per individuare altre responsabilità anche esterne a Cosa Nostra sarebbero continuate; la prova è che in questo giudizio di appello abbiamo ascoltato altri collaboratori di giustizia e abbiamo messo a disposizione delle difese acquisizioni sul cosiddetto doppio cantiere ancora in corso di approfondimento. Per fare i processi ci vogliono elementi di prova certi e il nostro impegno è quello di non fermarsi mai”. Infatti, “assodata la responsabilità di Cosa nostra, la Procura di Caltanissetta e diverse altre procure, con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia continuano ad indagare alla ricerca di elementi certi che possano provare la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra nella realizzazione della strage”.

“Per dare atto dell’attività di indagine che non si ferma per l’individuazione di tutti i punti oscuri della strage di Capaci – aveva aggiunto – abbiamo ascoltato e depositato diversi verbali di vari collaboratori di giustizia. La genetista Nicoletta Resta ha ipotizzato la presenza di una donna sul cantiere di Capaci”. L’esperta giunse a questa conclusione dopo l’analisi di alcuni reperti che vennero ritrovati in una busta a 63 metri dal cratere provocato dall’esplosione. Vennero rinvenuti, all’interno di una busta del mastice, un paio di guanti in lattice e una torcia. “Tuttavia – aveva sottolineato Lia Sava – nessuna di questa piste allo stato attuale consente di individuare la presenza di soggetti esterni a Cosa nostra ma le indagini continuano. Il nostro impegno è quello di non fermarci mai”. Nel corso delle lunga requisitoria il magistrato aveva puntato la lente di ingrandimento soprattutto sul “tritolo”.

“In questo processo d’appello siamo riusciti a comprendere dove è stato preso il tritolo e chi lo ha macinato. E questo grazie alla collaborazione di Cosimo D’Amato, la cui decisione di collaborare faceva paura a Cosa nostra – aveva detto – Quando D’Amato iniziò la sua collaborazione, i suoi familiari gli dissero non farti tentare dal diavolo”. “Per quanto riguarda Capaci – aveva proseguito – e a seguito delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, Cosimo D’Amato e Fabio Tranchina abbiamo individuato con chiarezza il ruolo del mandamento di Brancaccio anche in questa strage”. E aveva sottolineato l’importanza dei grandi collaboratori che hanno parlato in questo processo. “Brusca, Siino e Antonino Giuffré. Quest’ultimo ci ha permesso di ricostruire la responsabilità di Salvatore Madonia. Lui con il suo livello culturale non poteva non rendersi conto che Cosa Nostra stava avviando la stagione stragista”.

Nella requisitoria Lia Sava aveva anche affrontato il tema della stagione stragista. “Con l’omicidio Lima inizia la strategia di eliminare quei politici che non erano più referenti efficienti e i nemici storici di Cosa nostra, Falcone e Borsellino”, aveva spiegato.

Nel corso del processo non sono mancati i colpi di scena. Come le dichiarazioni di un nuovo collaboratore di giustizia, Pietro Riggio, ex agente di Polizia penitenziaria, che ha tirato in ballo un ex poliziotto, Giovanni Peluso. Quest’ultimo, a sua volta, nega con fermezza e parla di “notizie false”. Ma perché raccontarlo solo adesso, a 28 ani di distanza? “Parlo di queste cose solo adesso perché io conosco purtroppo il sistema dall’interno – ha raccontato Riggio ai magistrati che glielo chiedevano – Se ne avessi parlato prima oggi non sarei qui, sarei stato un uomo morto. Io il bagno in un mare di pescecani non me lo faccio, se no mi mangiano. Ma se i pescecani non ci sono più allora sì, è normale. Indubbiamente ha pesato, in questa mia decisione di parlare di queste cose, anche la sentenza di primo grado del processo sulla ‘Trattativa’. Quando sono stato arrestato e detenuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere ho conosciuto altri ex funzionari e appartenenti alle forze dell’ordine, dietro le sbarre per motivi diversi”. Domani, con la sentenza di appello, si consocerà un altro pezzetto di verità.

(di Elvira Terranova)


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