Via Poma, 30 anni fa il delitto rimasto senza un colpevole 

Pubblicato da in data 3 Agosto 2020

Via Poma, 30 anni fa il delitto rimasto senza un colpevole

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Pubblicato il: 04/08/2020 16:50

Sono passati trent’anni dall’omicidio di Via Poma, un delitto che scosse tutta Italia per l’efferatezza e per i misteri e i dubbi che hanno contornato la vicenda, rimasta a tutt’oggi senza un colpevole. E’ il 7 agosto del 1990 quando, in una Roma semideserta, Simonetta Cesaroni viene trovata morta alle 23.30 in via Carlo Poma 2. La ragazza è giovanissima, ha solo 21 anni. Il suo corpo viene scoperto negli uffici dell’Associazione italiana alberghi della gioventù. L’autopsia accerterà che la morte è avvenuta tra le 17.30 e le 18.30. Il corpo viene ritrovato dalla sorella Paola, che preoccupata, si reca nell’ufficio insieme al fidanzato Salvatore Baroni e al datore di lavoro di Simonetta. La ragazza è stata uccisa con 29 colpi di tagliacarte, tutte profonde circa 11 centimetri. Alcune sono mirate al cuore, alla giugulare e alla carotide. A ucciderla, tuttavia, è stato un trauma alla testa.

Il processo a carico di Raniero Busco, all’epoca dei fatti fidanzato di Simonetta, inizia vent’anni dopo, il 3 febbraio del 2010, davanti ai giudici della terza Corte d’Assise di Roma, presieduta da Evelina Canale. Al banco dei testimoni si siedono tra gli altri i familiari di Simonetta, gli amici di Busco e Cesaroni ma anche i periti della procura, i consulenti del pm e i poliziotti che svolsero le indagini all’epoca del delitto. Quello che è certo è che almeno una persona ha fatto mancare la sua testimonianza al processo. E’ Pietrino Vanacore, portiere dello stabile nel quartiere Prati. Vanacore si è ucciso il 9 marzo 2010, tre giorni prima della deposizione in aula. Un evento che ha portato l’opinione pubblica a porsi una domanda: Vanacore ha portato con sé un segreto inconfessabile o è solo stato vittima di ”venti anni di martirio”, come è scritto nel biglietto trovato nella sua auto subito dopo il suicidio. Vanacore era stato arrestato tre giorni dopo il delitto: è l’ultima persona ad aver visto Simonetta viva, si contraddice durante gli interrogatori riguardo ad alcuni vasi che avrebbe annaffiato all’ora del delitto.

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Sui suoi pantaloni vengono rinvenute due piccole macchie di sangue e poi ha le chiavi dell’ufficio di Simonetta. L’ipotesi è che Vanacore abbia tentato di violentare la ragazza e l’abbia uccisa. Ma le perizie scientifiche smontano la tesi.

L’11 marzo del 1992 entra in scena un commerciante tedesco, Roland Voller, che rivela ai magistrati che un giovane 21enne, Federico Valle, era in via Poma all’ora del delitto e quella sera sarebbe tornato a casa con un braccio sanguinante per una ferita. Il sospetto è che abbia ucciso Simonetta perché la ragazza era l’amante del padre Raniero. E che sia stato aiutato dal portiere dello stabile, che avrebbe ripulito l’appartamento e portato via gli abiti della vittima. Ma il sangue di Federico Valle non corrisponde a quello ritrovato su una porta.

Si ipotizza, allora, che le tracce trovate siano frutto di una commistione del sangue dell’uomo e della ragazza, ipotesi, tuttavia, che non trova supporti scientifici. E sebbene sulle braccia venga riscontrata una formazione cutanea di 5 centimetri, non c’è traccia di cicatrici che possano far pensare a ferite da arma da taglio. Così Federico Valle esce di scena. Per quanto riguarda la posizione del portiere Pietrino Vanacore, questa viene chiarita dal giudice Antonio Cappiello il 16 giugno del ’93, con la dichiarazione di improcedibilità nei confronti dei due indagati per mancanza di prove.

Nel 1995, su impulso del pm Settembrino Nebbioso, partono nuovi accertamenti. Nel giugno del 2004, i carabinieri del Ris trovano alcune tracce di sangue nei locali dei lavatoi condominiali del palazzo. Dall’analisi del Dna emergeranno riscontri con il gruppo sanguigno della ragazza, ma anche la presenza di sangue maschile. Il 24 ottobre del 2004, infine, vengono ritrovati a sorpresa gli indumenti che la giovane indossava il giorno della sua morte, un reggiseno e una gonnellina a fiori, scoperti dal medico legale e criminologo Ozrem Carella Prada, incaricato all’epoca di compiere le perizie, in un armadio dell’obitorio.

Il 10 gennaio 2007, Enrico Mentana, nel corso di una puntata della trasmissione che allora conduceva, ‘Matrix’, rivela alcune importanti anticipazioni riguardo alle indagini. Il giornalista diffonde, infatti, i nomi delle 31 persone che compaiono nelle varie fasi delle indagini. Tra queste c’e’ anche Raniero Busco. Il giorno dopo la Procura di Roma acquisisce la cassetta contenente la puntata della trasmissione per valutare la posizione delle persone che, con le anticipazioni fatte, hanno reso pubblico l’esito di accertamenti tecnici ancora non completati e dei quali non erano state date informazioni ufficiali agli uffici del pubblico ministero.

Due anni dopo, da Piazzale Clodio ecco arrivare la notizia della chiusura dell’inchiesta e il 9 novembre del 2009 Raniero Busco viene rinviato a giudizio. L’accusa è omicidio volontario. Il 26 gennaio 2011 Busco viene condannato dalla terza Corte d’Assise di Roma a 24 anni di reclusione con l’accusa di omicidio volontario aggravato. Lo stesso giorno una lettera anonima viene recapitata all’avvocato di parte civile del Comune di Roma Andrea Magnanelli. Nella breve missiva vengono ricostruiti i momenti salienti dell’inchiesta gettando dubbi sulla colpevolezza di Busco e ricordando che il padre di Simonetta, Claudio, ha sostenuto che il colpevole era da ricercare tra i primi sospettati. Il 24 novembre 2011 si apre il processo d’Appello, concluso, il 27 aprile 2012 con l’assoluzione piena dell’ex fidanzato di Simonetta. Assoluzione confermata dalla Cassazione il 26 febbraio 2014.


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