Covid, microbiologi: “Test sierologico da solo non basta” 

Covid, microbiologi: Test sierologico da solo non basta

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Pubblicato il: 02/09/2020 13:19

Il test sierologico “da solo non è sufficiente, e deve essere abbinato al test di ricerca diretta (molecolare o antigenico). Inoltre, al momento, a causa delle ancora insufficienti evidenze scientifiche, non è prevista l’implementazione di algoritmi che prevedano l’uso consequenziale di più test sierologici”. Lo ricorda l’Associazione microbiologi clinici italiani (Amcli) nelle conclusioni del documento ‘Significato e applicazione dei test sierologici per Sars-CoV-2’ firmato dal presidente Pierangelo Clerici. “Nei contesti sanitari e nelle comunità di persone fragili la limitazione insita nell’approccio sierologico va tenuta ben presente nell’interpretazione dei risultati, soprattutto se il quesito diagnostico riguarda l’individuazione delle persone contagiose”, prosegue il documento.

Al fine di stabilire l’avvenuta circolazione del virus in vari contesti, invece, “i test sierologici rappresentano l’approccio di scelta, e rispetto ai test molecolari – che forniscono una rappresentazione istantanea dello stato di infettività delle persone – riflettono, con i limiti sopra citati, l’avvenuta esposizione risalente anche ad un tempo relativamente remoto”. Mentre il genoma del virus è evidenziabile nelle prime fasi dell’infezione, “gli anticorpi – sottolinea l’Amcli – vengono prodotti a partire da 7-10 giorni dopo l’esordio dei sintomi, e possono permanere per lungo tempo. Non è ancora chiaro quanto duri tale permanenza, e solo l’esperienza che si accumulerà nel prossimo futuro potrà aiutare a comprendere questo aspetto”.

“Infine, mentre per molte infezioni la presenza degli anticorpi è testimonianza di immunità protettiva, al momento non è chiaro se questo sia vero anche per Covid-19. La risposta a questo interrogativo è fondamentale per dare significato completo alla rilevazione degli anticorpi anti-Sars CoV-2 e attuare la strategia vaccinale”, riporta il documento.

Dal punto di vista organizzativo “parrebbe auspicabile – evidenziano i microbiologi – una modalità di gestione della diagnostica, sul territorio, in accordo con la strategia ‘hub and spoke’, lasciando alle singole strutture sanitarie di diagnosi e cura l’esecuzione dei test a beneficio dell’utenza ‘interna’ a stretta valenza ospedaliera, e a laboratori centralizzati a livello regionale quella dei test di screening effettuati per finalità di salute pubblica (categorie particolari: viaggiatori internazionali o comunque provenienti da aree particolarmente a rischio, corpo docente e non della scuola, contatti di soggetti positivi, residenti in aree a rischio particolare). Tale approccio è valido sia per la diagnostica virologica diretta che per quella sierologica”

“In particolare, per la ricerca molecolare, si dovrebbe poter prevedere l’utilizzo di modalità di esecuzione con kit ‘commerciali’ nelle strutture sanitarie e con strumentazioni ad elevatissima processabilità a livello territoriale cui dovrebbero essere affidate anche le attività di screening di popolazione”, conclude il documento firmato dal presidente dell’Amcli Pierangelo Clerici.