Padre Maccalli, “testimonianze e racconti, sappiamo poco di tutto questo” 

Pubblicato da in data 13 Settembre 2020

Padre Maccalli, testimonianze e racconti, sappiamo poco di tutto questo

Padre Maccalli (Foto Fotogramma)

Pubblicato il: 14/09/2020 17:46

Lettera a padre Pierluigi Maccalli, ormai a due anni dal sequestro in Niger. A scriverla, il compagno di missione padre Mauro Armanino che a Niamey ogni settimana continua a scrivere all’amico sequestrato. Una lettera aperta scritta per accendere i riflettori su un caso attorno al quale, denuncia, “ci sono state testimonianze, racconti, ipotesi, ricerche e forse trattative, sappiamo poco di tutto questo”.

“Caro Gigi, – scrive padre Armanino- sai bene che continuo a mandare le mie lettere settimanali al tuo indirizzo mail e che in camera ci trovano alcune camicie che ti sono state regalate per la festa della comunità. Sull’altare dove anche tu celebravi c’è da allora il tipo di stoffa che avevi creato per l’inaugurazione della Basilica dei poveri. La tua macchina si trova nello stesso garage, pronta per continuare il viaggio”.

Alla vigilia del secondo anno del sequestro – avvenuto il 17 settembre 2018 – padre Mauro ricorda un incidente d’auto che ebbe con padre Maccalli: “Caro Gigi, quando abbiamo avuto l’incidente d’auto in quel di Padova, siamo stati per qualche giorno nello stesso ospedale. Mi avevi fatto pervenire un biglietto scritto a mano chiedendo scusa per l’accaduto. Quel camion che ha tagliato la strada all’auto, l’asfalto bagnato e la macchina schizzata nell’altra corsia, dove sopraggiungeva un furgone e lo scontro quasi frontale. Eri stato salvato per un gioco del destino perché guidavi tu e mi stavi accompagnando alla stazione ferroviaria, con la consueta disponibilità. Chissà perché mi è tornato in mente questo particolare, a pochi passi dal secondo anniversario dal tuo sequestro ad opera di sconosciuti, nella notte del 17 settembre”.

“Sarà forse a causa di quel miracolo chirurgico che ha ricostruito le parti lese del tuo corpo, i ferri nelle ossa e la forzata immobilità che ti aveva stranamente preparato all’attuale prigionia. Ora i ferri – scrive l’amico missionario nella lettera aperta – sono altri e somigliano a chiodi infitti nei polsi e nei piedi, il costato già era ferito dagli anni passati assieme nella stessa missione a Bondoukou. Quel giorno mi avevi prestato la macchina, una Fiat Panda, che con malcelata fierezza mantenevi pulita e funzionale. Al ritorno dalla comunità dove in seguito saresti stato il responsabile, ebbi un incidente che ti sottrasse l’auto per sempre. Alla vista della rovina dell’auto a cui tenevi tanto, il tuo unico commento fu nei confronti della mia salute con un ‘se non mi ero fatto male’”.

Quindi il ricordo dell’ultima cena insieme: “In quella cena c’erano tutti. I poveri, i bambini dei quali ti occupavi, la piccola deceduta al ‘Bambin Gesù’ di Roma in un disperato tentativo di salvarla, gli animatori, le famiglie, i giovani che aiutavi, assieme ad altri, per continuare gli studi o la formazione professionale. Forse c’era tra loro anche un Giuda. C’è sempre da qualche parte qualcuno che tradisce gli amici, che avrebbe informato, coscientemente o meno, i rapitori sul tuo ritorno e le tue abitudini serali. Era notte e coloro che ti avrebbero poi rapito conoscevano che non fermavi subito la porta della camera. Veniva gente per cercare medicine per le urgenze che, in un villaggio sperduto e senza servizi sociali, non mancano mai. Sapevano che c’era una luce e una porta che si apriva con il sorriso di una speranza ormai a portata di mano. L’ultima notte a Bomoanga, che neppure si trova nelle mappe più sofisticate di Google, ultimo o quasi di piccoli borghi senza futuro se non quello che lui e la comunità cristiana cercavano di offrire. Una scuola media, un possibile convitto e soprattutto la necessità di offrire ragioni di rimanere sul posto con dignità. Era notte quando ti hanno portato via e da allora sono passati due anni di tenebre solo interrotte da un breve messaggio video il 24 marzo scorso, primo e per ora unico segno di vita”.


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