Vaticano, padre Guerrero: “Papa ci chiede che Santa Sede sia casa di vetro” 

Pubblicato da in data 30 Settembre 2020

Vaticano, padre Guerrero: Papa ci chiede che Santa Sede sia casa di vetro

Afp

Pubblicato il: 01/10/2020 14:02

“Chi chiede trasparenza ha ragione. L’economia della Santa Sede deve essere una casa di vetro. Questo è quel che il Papa ci chiede”. Lo scandisce padre Guerrero Alves, prefetto della Segreteria per l’Economia del Vaticano in una intervista ai media vaticani in occasione della presentazione del bilancio 2019.

“Questo – assicura – è l’impegno della SPE e il mio proprio, e questo è quello che vedo negli altri organismi della Curia. Per questo è stata avviata una riforma. Per questo sono state cambiate alcune regole. Per questo è stato varato il codice appalti. Su questa strada andiamo avanti. I fedeli hanno il diritto di sapere come usiamo le risorse nella Santa Sede. Non siamo proprietari, siamo custodi di beni che abbiamo ricevuto. Per questo, nel presentare il bilancio per il 2019, vorremmo spiegare ai fedeli, nel modo più comprensibile possibile, quali sono le risorse della Curia romana, da dove provengono e come vengono utilizzate”.

IL BILANCIO DELLA CURIA ROMANA – “Quello che presentiamo non è il bilancio della Chiesa. Ci sono Conferenze episcopali, diocesi, parrocchie, congregazioni e istituti religiosi, e un’infinità di opere della Chiesa, diffuse in tutto il mondo, che non entrano nel bilancio della Santa Sede. E nemmeno quelli che presentiamo sono i conti di tutto il Vaticano, che include anche, per esempio, il bilancio della Città del Vaticano, cioè del Governatorato; lo IOR, l’Obolo di San Pietro, e un buon numero di Fondazioni che collaborano con i dicasteri. Tutte queste istituzioni presentano i propri risultati, e rendono conto alle autorità corrispondenti. Quello che abbiamo presentato al Consiglio per l’Economia è il Bilancio della Curia Romana, cioè della Santa Sede in senso stretto”, spiega ancora il prefetto.

Nel dettaglio, si parla, per dirla con padre Guerrero, di “sessanta enti al servizio del Papa nella sua missione di guida della Chiesa, nel suo servizio di unità nella carità, e cioè evangelizzazione, comunicazione, promozione dello sviluppo umano integrale, educazione, aiuto alle Chiese in difficoltà, formazione del clero”.

“Dobbiamo trovare il modo di sostenere la missione a lungo termine”, aggiunge. “Le finanze – spiega – coprono una parte del deficit di gestione. Inoltre, nella comparazione, dovrebbero essere eliminati alcuni costi e ricavi che sono stati straordinari nel 2018 o nel 2019. Neutralizzare questi ‘one timers’ porterebbe al risultato di un deficit di 22 milioni di euro nel 2019 contro 50 milioni di euro del 2018. Ho già detto che non possiamo considerarci semplicemente come generatori di deficit. La nostra missione tenderà sempre a produrre deficit, non genererà entrate sufficienti. E un servizio che non facciamo a scopo di lucro”.

Qual è la linea su questo fronte? “Non bastano solo i necessari controlli orientati al risparmio e al contenimento delle spese per ridurre il deficit. Nella Santa Sede ci sono molti Enti che fanno molto con poco. Il risparmio deve essere accompagnato da un discorso di esame dei ricavi, cioè degli investimenti, mobiliari o immobiliari che siano, per cercarne un’ottimizzazione. Questo lavoro in collaborazione, piano piano, si sta avviando a conclusione”.

Per quanto riguarda il discorso dei ricavi, spiega ancora il prefetto per l’Economia del Vaticano, “dobbiamo pensare anche alle donazioni. Le donazioni dei fedeli, sommando anche l’Obolo, contribuiscono per un 35% alle spese. I fedeli vogliono contribuire alla missione della Chiesa, ma è imprescindibile una politica di trasparenza esterna e di comunicazione capace di trasmettere con precisione come utilizziamo il denaro che riceviamo e amministriamo. Questo è l’obiettivo che vogliamo raggiungere, questa è la strada sulla quale il Santo Padre ci ha indirizzati. Questa è la linea. Come è noto, nei mesi scorsi è stato approvato il Codice Appalti”.

“L’auspicio – dice – è che, oltre a favorire la trasparenza, permetta, grazie alla concorrenza, anche di ottenere dei risparmi. Abbiamo bisogno di alcune azioni in relazione a ciò che riguarda il lavoro al fine di avere persone più motivate e responsabilizzate nei compiti loro affidati, una maggiore mobilità, come anche una maggiore efficienza, e una riduzione dei costi. Cercare modelli più flessibili, orientati a premiare il merito, l’impegno e le competenze professionali”.

“La centralizzazione” degli investimenti “permetterà senza dubbio una maggiore trasparenza e un più preciso controllo, oltre a dare la possibilità di investire in modo unitario, seguendo la dottrina sociale della Chiesa, con criteri etici, sostenibili, di buon governo e professionali”, evidenzia nell’intervista.

“Ci sono decisioni – ha detto – che richiedono tempo per essere attuate. I progressi si fanno a poco a poco. Secondo la Costituzione Pastor Bonus (1984), l’APSA è l’amministratore della Sede Apostolica. Nel novembre 2018, il Papa ha chiesto al cardinale Marx, coordinatore del Consiglio dell’Economia, di centralizzare gli investimenti. A poco a poco ci stiamo muovendo in questa direzione. Quest’anno abbiamo avuto molti incontri e riunioni, abbiamo esaminato molti possibili modelli. Penso che abbiamo fatto progressi e la decisione è matura per scegliere un modello imparando dalle buone pratiche degli altri. Ritengo probabile che entro la fine dell’anno o l’inizio dell’anno prossimo si compiano i passi definitivi”.

Padre Guerrero ricorda che “la maggior parte degli investimenti sono centralizzati nell’APSA. Molti altri investimenti effettuati da istituzioni legate alla Santa Sede, avvengono anche attraverso lo IOR, che offre una garanzia di controlli, trasparenza e criteri etici. E ovvio che lo IOR, che negli ultimi anni ha fatto un percorso magnifico, dovrebbe avere un ruolo importante anche nell’organizzazione degli investimenti della Santa Sede. La centralizzazione deve infatti essere combinata con la sussidiarietà: non tutto può essere centralizzato se vogliamo essere efficaci”.

E ancora: “Vogliamo che il bilancio spieghi come la Santa Sede usa le proprie risorse per compiere la sua missione, il suo servizio alla missione del Santo Padre. Poi c’è un altro aspetto. La Santa Sede non funziona come un’azienda o come uno Stato, non cerca profitti o eccedenze. E pertanto normale che sia in deficit”, rileva, spiegando che l’ammontare del deficit “è pari a 11 milioni”.

“Quasi tutti i dicasteri – spiega – sono “centri di costo”: svolgono un servizio che non è né venduto né sponsorizzato. Evitare il deficit non è l’obiettivo della Santa Sede. Il suo spirito è un altro. Noi pensiamo che l’obiettivo è che i costi corrispondano ad avere tutto il necessario per il servizio alla missione che ci è affidata. In questo senso è auspicabile che si possa avere molto se molto è quello che aiuta per il servizio che dobbiamo dare”.

In altre parole, dice padre Guerrero, “non possiamo ignorare quale sia il giusto fabbisogno di risorse e quali sono le risorse disponibili: dobbiamo avere prudenza economica. Ma non possiamo nemmeno pensare e agire solo a partire da esse, a volte dobbiamo dare più di quanto abbiamo per compiere la nostra missione: dobbiamo avere audacia missionaria. Ciò di cui dobbiamo occuparci è che il deficit sia sostenibile o che sia adeguatamente finanziato a lungo termine. Ci sono tantissime necessità nel mondo. Dobbiamo confidare nella Provvidenza, che agisce attraverso la generosità dei fedeli”.


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