Chi è Kamala Harris, prima vicepresidente donna in Usa 

Pubblicato da in data 6 Novembre 2020

Chi è Kamala Harris, prima vicepresidente donna in Usa

(Afp)

Pubblicato il: 07/11/2020 22:46

Dopo che Joe Biden l’ha scelta per il ticket democratico, Kamala Harris ha scelto il nome in codice di ‘Pioneer’ per il Secret Service che ha incominciato a proteggerla durante la campagna elettorale. E la 55enne democratica finora ha confermato la sua vocazione di pioniera, come prima donna di colore eletta procuratore distrettuale della California, poi prima donna attorney general, prima senatrice di origine indiana e ora prima donna vicepresidente degli Stati Uniti.

Nata a Berkley il 20 ottobre 1964, Kamala Devi Harris è figlia di due accademici, la ricercatrice indiana specializzata in oncologia, Shyamala Gopalan, e l’economista della Giamaica, Donald Harris, che erano uniti dalla passione per il movimento per i diritti civili. E la piccola Kamala quando era ancora in passeggino ha partecipato a diverse manifestazioni nel leggendario campus della protesta Usa.

Militante anche il nome che mamma Gopalan scelse per lei: Kamala significa loto ma è anche un altro nome per indicare la dea Hindu Lakshmi e la forza delle donne. “Una cultura che venera le dee produce donne forti”, ha detto la madre di Harris in un’intervista nel 2004.

Dopo il divorzio dei genitori, Kamala e la sorella Maya rimangono a Berkley con la madre e partecipano ai programmi di integrazione scolastica, andando ogni mattina in autobus dal loro quartiere a predominanza afroamericana in una scuola elementare di un distretto ricco di bianchi.

Le bambine frequentano sia il tempio hindu che la chiesa battista afroamericana, che la denominazione a cui ora appartiene Harris. “Mia madre capiva molto bene che stava crescendo due figlie afroamericane”, ha scritto nella sua autobiografia. Negli stessi anni visitano la famiglia in India che ha una grande influenza su di lei, in particolare il nonno, un alto funzionario del governo che aveva combattuto per l’indipendenza, e la nonna, un’attivista che viaggiava per le campagne indicane istruendo le contadine sul controllo delle nascite.

Dopo le scuole superiori a Montreal, dove la madre aveva avuto un posto all’università, Kamala si laurea prima alla Howard University, il prestigioso Black college di Washington, e poi torna a San Francisco per la Law School. Nel 1990 diventa avvocato ed entra nell’ufficio del procuratore di Oakland, concentrandosi sui crimini sessuali. A chi, anche all’interno della sua famiglia liberal, esprime scetticismo sulla sua scelta indicando la cattiva reputazione dei procuratori, replica che intende cambiare il sistema dall’interno.

Negli anni trascorsi nell’ufficio del procuratore Harris si crea i contatti con gli ambienti politici e ricchi di San Francisco che nel 2003 appoggeranno l’avvio della sua formidabile carriera politica. Durante i suoi primi tre anni come procuratore distrettuale il tasso delle condanne sale dal 52 al 67%, numeri che le hanno dato l’etichetta di procuratrice di ferro e che le hanno fatto guadagnare critiche e sospetti da parte del movimento Black Lives Matter.

Diventata poi attorney general, Harris diventa poi un’alleata della prima ora di Barack Obama e una dei suoi fund raiser in California. E il presidente nel 2013 la definisce “il procuratore generale più affascinante del Paese”, scusandosi poi per il tono sessista.

Anche alcune azioni di Harris come attorney general sono messe sotto accusa dal movimento di protesta contro la polizia: in particolare il fatto di non aver avviato un’inchiesta sull’uccisione di due afroamericani nel 2014 e 2015 e non aver sostenuto un progetto di legge per la nomina di un procuratore speciale per i casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia.

Nel 2014 si sposa con Doug Emhoff, un avvocato degli studios di Hollywood, che ha due figli adolescenti da un precedente matrimonio che ora la chiamano Momala. Nelle elezioni del 2016, quelle della vittoria di Donald Trump, vince il suo seggio al Senato e Harris diventa famosa a livello nazionale nel 2017 quando, da esperta procuratrice, mette alle corde l’allora ministro della Giustizia, Jeff Sessions, all’esordio dell’inchiesta del Russiagate.

Nel 2019 è tra i tantissimi democratici, e democratiche, che scendono nell’agone delle primarie per ottenere la nomination, anche se la sua campagna praticamente non decollerà mai costringendola a ritirarsi a dicembre prima dell’effettivo avvio delle primarie.

Ma in uno degli affollati dibattiti dem, la senatrice lancia un durissimo attacco a Joe Biden per i suoi antichi rapporti con senatori democratici segregazionisti. “Ha lavorato con loro opponendosi agli autobus – disse – e c’era una bambina che partecipava alla seconda classe integrata ed andava in autobus ogni giorno. E quella bambina ero io”.


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