La ‘lezione’ di Morelli: “Costituzione impone leale collaborazione fra istituzioni” – video  

La 'lezione' di Morelli: Costituzione impone leale collaborazione fra istituzioni - video

Pubblicato il: 11/12/2020 14:12

“Sto in ‘zona Cesarini’, fra poche ora scade la mia presidenza, che è stata di soli tre mesi: ma bastano e avanzano…”. Il congedo del presidente della Corte Costituzionale, Mario Rosario Morelli, avviene oggi anche idealmente, con la pubblicazione di un podcast dedicato ai nuovi diritti fondamentali, quelli che lui stesso definì a suo tempo, con una espressione che poi ha fatto testo, come diritti ‘esistenziali’: un tema che ha attraversato un po’ tutta la sua vita professionale, spesa tra il ‘palazzaccio’ della Cassazione e la Consulta, dove ha trascorso i nove anni da giudice costituzionale, coronati negli ultimi tre mesi con l’elezione allo scranno più alto del palazzo posto di fronte al Quirinale.

“I nuovi diritti fondamentali costituiscono effettivamente il mio interesse principale e la linea guida della mia attività giuridica. Questo interesse – racconta Morelli, nella sua intervista all’AdnKronos, l’unica rilasciata da presidente – è nato quando ero un giovane assistente proprio alla Corte Costituzionale, dopo aver vinto il concorso una volta completati i miei studi, quando ritenevo a quel punto di poter essere finalmente in grado di fare il magistrato con completezza di strumenti giuridici”.

E invece, “nel mio impatto quotidiano con la Costituzione, mi sono reso conto che questa magnifica Carta mi assegnava un compito ben più importante e ambizioso di quello di decidere controversie su diritti reali o su vicende familiari: il compito di tutelare la persona nel profilo apicale della sua dignità, ovvero di garantire l’inviolabilità dei diritti fondamentali della persona, che ebbi modo di chiamare diritti ‘esistenziali’ con una aggettivazione che poi fu subito condivisa dalla dottrina e dalla giurisprudenza”.

Spiega Morelli: “L’articolo 2 della Costituzione, testualmente, riconosce l’inviolabilità dei diritti fondamentali e a me apparve subito conseguente che l’espressione ‘riconosce’ andasse proiettata nel futuro, cioè che il riconoscimento non fosse soltanto quello attuato a suo tempo dal costituente rispetto ai valori che all’epoca furono catalogati come fondamentali, ma che andasse riferito a tutti quegli ulteriori valori che nel tempo successivo fossero risultati per un verso omogenei ai valori della Costituzione e per altro verso emergenti dalla coscienza sociale: nuovi interessi, nuovi valori, senza i quali nei tempi successivi la dignità della persona avrebbe avuto un vulnus o una minore tutela”.

Proprio una delle ultime cause iscritte a ruolo, osserva, “ha riguardato l’aspirazione della cosiddetta madre ‘intenzionale’, cioè della compagna della madre biologica, a essere riconosciuta con gli stessi diritti; una questione sul filo del rasoio, perché nel medesimo contesto c’è anche l’interesse del minore, cioè del nato dalla coppia omosessuale, rispetto al quale è difficile che si possa dare una tutela dimidiata, ridotta, solo per le ragioni relative alla sua procreazione: questo sarà oggetto di ulteriori riflessioni”.

Riflessioni che si inseriscono anche nella tematica della leale collaborazione fra le istituzioni, in questo caso fra la Corte e il legislatore: “Il principio di leale collaborazione è in effetti un corollario della solidarietà che la stessa Costituzione impone come dovere inderogabile in tutti i rapporti, non solo in quelli istituzionali ma anche in quelli economici, sociali, familiari, personali”.

Un trimestre, quello della presidenza Morelli, interamente segnato dall’emergenza sanitaria del coronavirus, che ha ‘obbligato’ la Corte Costituzionale a chiudere le porte del palazzo della Consulta, che non solo idealmente ma concretamente aveva aperto anche uscendone ‘fuori’, con le visite e le lezioni dei giudici in due luoghi ‘simbolo’ del Paese, per motivi diversi se non opposti: le scuole e le carceri.

“Confesso che per me, che arrivo dall’altro secolo ma si potrebbe anche dire dall’altro millennio, in cui la Corte parlava esclusivamente con le sentenze, questo uscire fuori dal palazzo è stata una novità ma al tempo stesso una grande opportunità: poter trasmettere i valori della Costituzione a generazioni di ragazzi che spesso vivono in un contesto in cui sono stati forse un po’ dispersi; e a persone per cui le funzioni punitiva e rieducativa, che astrattamente si cerca con le sentenze di bilanciare, non sempre si riescono entrambe a realizzare. Una volta ho parlato persino della tradizione napoletana del caffé ‘sospeso’ – cioè pagato e messo a disposizione di chi non avrebbe potuto permettersi di ordinarlo al bar – come di un simbolo di solidarietà”.

Con il coronavirus, “apparentemente ci si è nuovamente rinchiusi nel palazzo. Ma lo sforzo di tutti e mio nella qualità di presidente è stato duplice: da un lato garantire la sicurezza e tutelare la salute di tutto il personale; dall’altro di assicurare la continuità delle funzioni della Corte che in effetti non si è mai fermata e non ha mai perso una sola udienza, consentendo la partecipazione da remoto sia dei giudici che degli avvocati che fossero impossibilitati a partecipare di presenza alle udienze. Non è stato facile ma ci siamo riusciti”.

Tre mesi, brevi ma intensi si potrebbe dire: come mai i costituenti non hanno fissato una durata standard per la durata della presidenza, a differenza delle altre alte cariche istituzionali – sette anni per il Presidente della Repubblica, la legislatura per i presidenti dei due rami del Parlamento, il rapporto fiduciario con le Camere per il capo del Governo – legandola solo alla data di ingresso come giudice? “I costituenti non l’hanno previsto per ragioni collegate alla collegialità della Corte Costituzionale”, spiega Morelli.

“Ma essere eletto presidente – tiene a sottolineare – non è un premio, è un servizio che si fa all’intero collegio dei giudici costituzionali. La composizione ‘tripartita’ garantisce la partecipazione di magistrati, docenti universitari, esponenti politici e per conseguenza è stata demandata alla Corte stessa l’elezione del suo presidente, unica a farlo rispetto a tutte le altre Corti”.

Però, “è stato fissato un tetto massimo, prima di quattro anni quando la durata di giudice era di dodici anni, poi sceso a tre anni con la durata portata a nove anni. Si è poi imposta una regola ‘non scritta’ ma resa rigorosa, salvo rarissime eccezioni, dell’elezione a presidente del giudice più anziano, al di là se il mandato residuo fosse di tre anni o di un solo mese. Io ne ho avuti tre di mesi di presidenza: devo dire che bastano e avanzano… Ma spero di poter dare ancora un apporto, nel futuro prossimo, sul piano della dottrina e dell’impegno civile”.

(di Enzo Bonaiuto)