Gismondo: “Da tampone di Codogno 3 mesi come 300 anni”  

Pubblicato da in data 20 Maggio 2020

Gismondo: Da tampone di Codogno 3 mesi come 300 anni

(Foto Fotogramma)

Pubblicato il: 21/05/2020 15:43

di Paola Olgiati

Dal tampone di Mattia, il ‘paziente 1’ che svelò l’ingresso dell’epidemia di nuovo coronavirus in Italia, “sono passati 3 mesi che sembrano 300 anni. Covid-19 ci ha traghettato da un pianeta a un altro e ancora non sappiamo se sul pianeta di prima ci torneremo mai”. Descrive un viaggio di sola andata verso un mondo nuovo Maria Rita Gismondo, a capo del Laboratorio di Microbiologia clinica, Virologia e Diagnostica delle bioemergenze dell’ospedale Sacco di Milano. E’ nel suo padiglione, il 62 in fondo al labirinto della storica struttura, centro di riferimento nazionale per le malattie infettive insieme allo Spallanzani di Roma, che il campione arrivato da Codogno fu analizzato. “Lo processò una mia collaboratrice, la grande Valeria, che non credeva ai suoi occhi”, racconta Gismondo all’Adnkronos Salute.

“Era la sera del 20 febbraio – ricorda la microbiologa – Valeria mi ha chiamata, mi sono precipitata in ospedale e ho ripetuto il test: positivo”. La notizia arrivò nelle redazioni in piena notte e il giorno dopo tutto era diverso. Per i media, per la gente, la ‘data X’ è il 21 di 3 mesi fa. “Nella mia vita, professionale e personale, non c’è stato un evento che abbia sconvolto tanto la mia normalità”, confessa Gismondo. La sua e quella di tutto il suo staff: “Qui sono 3 mesi che i miei collaboratori lavorano non meno di 11 ore al giorno – dice – Non si è più contato il numero delle notti in cui sono rimasti e rimangono tuttora, a lavorare”. Senza pause e senza ruoli, come in tantissimi altri ospedali d’Italia in prima linea contro Sars-CoV-2, “tutti disposti con generosità senza fine a fare qualunque cosa sia necessaria in ogni momento”.

“Ricordo – racconta ancora la direttrice del laboratorio del Sacco – che tutta la notte del 21 febbraio e tutta quella del 22 sono stata in piedi a mandare fax di risposta” sull’esito delle analisi che si moltiplicavano di ora in ora. “Ricordo un laboratorio invaso da tamponi da esaminare”, pieno di provette, ma anche di “grande, immensa solidarietà. C’è stato supporto da parte di tutti”, sottolinea Gismondo. La vicinanza dei cittadini, dei commercianti, delle associazioni, “dei parenti delle persone che lavorano qui. Genitori, mariti che in continuazione ci hanno portato di tutto: dal bagnoschiuma alla pizza, dai fiori ai cioccolatini”.

Tre mesi densi “come 3 secoli anche dal punto di vista scientifico – osserva la microbiologa – Da quel giorno sono stati fatti tantissimi progressi, dal punto di vista della comprensione del virus e quindi delle possibilità di trattamento dei malati. Con la conoscenza dei vari farmaci, con l’esperienza del loro impiego sulle diverse tipologie di paziente, oggi assistiamo allo svuotamento delle terapie intensive e alla guarigione di un numero sempre maggiore di persone. Tiriamo un sospiro di sollievo – conclude Gismondo – Lo tiriamo, anche se ancora non sappiamo quanto tempo durerà”.

“Credo che per un aperitivo in più, per un amico che giustamente vogliamo incontrare e magari abbracciare, non sia davvero giusto sprecare i molti sacrifici fatti da tutti: dalle persone che sono state chiuse in casa, con pesanti limitazioni alla libertà individuale, e da noi che abbiamo lavorato tanto”, ha detto ancora invitando tutti alla “responsabilità” in questa fase 2 dell’emergenza coronavirus.

“Adesso ce ne vuole tanta perché il sacrificio non venga sprecato”, spiega all’Adnkronos Salute. “Per strada vedo ragazzi, persone” non solo giovani, “con la mascherina abbassata e la trovo una cosa molto brutta: la porti perché qualcuno te lo impone, ma fai il furbo e la tieni giù per poi tirarla su quando vedi dei controlli. Allora è più coerente chi non ce l’ha”. La leggerezza della movida post-lockdown “mi dà molto fastidio”, ammette la scienziata.

“Assolutamente non è così che si può sconfiggere la pandemia”, avverte Gismondo ribadendo il suo invito alla “responsabilità. Servono responsabilità individuale e rispetto per chi Sars-CoV-2 l’ha visto in faccia e ha avuto paura. L’ho provata anche io”, confessa la microbiologa. “Anche io ho temuto di essere positiva – racconta – Il risultato del tampone era incerto, poi lo abbiamo controllato ed era negativo. Ho sperimentato le emozioni di chi aspettava un risultato del genere quando le terapie intensive erano stracolme” e la gente moriva. “Io lo so e chiedo a tutti: non sprecate i sacrifici fatti”.


Opinioni dei lettori

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato sul nostro sito.* campo obbligatorio.



Traccia corrente

Titolo

Artista

Background